U Cavadduzzu e l’omu sarbaggiu



“U CAVADDUZZU E L’OMU SARBAGGIU”

 

Anticamente, nell’ambito dei festeggiamenti popolari e folcloristici in onore della Madonna di Odigitria, perpetua compatrona di Zaffaria insieme a S. Nicola, si svolgeva la tradizionale pantomima popolare “du Cavadduzzu e l’omu sarvaggiu o sarbaggiu”.

Su tale rappresentazione scrive così Giordano Corsi nel libro “FESTE POPOLARI E RELIGIOSE A MESSINA”:

<<Si trattava di un duello che si svolgeva fra un uomo e un finto cavallo. L’uomo era contornato in tutto il corpo da fiaccole che emettevano getti bianchi (di magnesio), poi rossi (di calcio), gialli (di sodio) e verdi (di bario). L’uomo selvaggio aveva sulla testa una specie di raggiera luminosa di fiaccole. In mano teneva una fiaccola lunga (simile alle asti lucenti dei personaggi dei fumetti fantascientifici). Il “cavadduzzu” era costituito da una incastellatura a forma equina sostenuta dal di dentro da un portatore. Anche le varie parti del cavallo erano irte di fuochi d’artificio. Il duello fra “u cavadduzzu e l’omu sarvaggiu” durava circa cinque minuti e finiva con la vittoria di chi aveva la fiaccola vincente, cioè quella più duratura>>.

 

Questa antica rappresentazione è difficile da interpretare: può essere l’allegoria dell’uomo che riesce a imporsi sulla Natura o l’eterna lotta tra Bene e Male. Tuttavia non si riesce ad attribuire il ruolo del Bene, visto che l’uomo è accompagnato da un aggettivo negativo (“sarvaggiu”), mentre il cavallo assume una connotazione positiva con il diminuitivo-vezzeggiativo (“cavadduzzu”), probabilmente da attribuire al fatto che i siciliani hanno sempre avuto una considerazione positiva per il cavallo (si vedano le opere dei pupi).

Il termine “sarbaggiu” potrebbe riferirsi all’uomo primitivo che riesce a imporsi sulla natura ribelle e quindi a domare il cavallo che diventerà “cavadduzzu”.

Secondo un’altra teoria tale rappresentazione sarebbe un’allegoria della lotta del popolo siciliano contro gli invasori (gli Arabi).

Il duello era accompagnato dalla musica a cui dava ritmo il suono del tamburo.

 

Tale tradizione popolare, così come molte altre nel patrimonio etno-antropologico di Messina e dei suoi villaggi, andrebbe, ove è presente, tutelata e preservata in modo che possa essere tramandata di generazione in generazione. Ed è proprio questo il significato della parola tradizione, dal verbo latino “tradere” cioè tramandare.

Ma tramandare con intelligenza, sapendo leggere “dentro le cose” i gesti, le parole che i nostri padri ci hanno consegnato. Infatti solo il conoscere e amare il passato, ci può dare un’identità oggi, e proiettare verso il futuro.

 

 

 

                                                                                                                     GIUSEPPE D’URSO

Nessun commento ancora

Lascia un Commento

LETTURE DEL GIORNO

IL SANTO DEL GIORNO