Anno Santo



Cenni storici

logo anno santo 67-68

chiusura anno Santomanifesto anno santo


 

 

La Parrocchia di S.Nicolò di Bari in Zaffaria gode di un singolare e straordinario privilegio: vi si concede per un anno intero l’indulgenza plenaria tutte le volte che  il giorno dell’Annunciazione del Signore coincide con il Sabato della Settimana Santa.

Secondo la tradizione un medico, originario di questi luoghi,  Giovanni Filippo De Lignamine avrebbe ottenuto da un Pontefice da lui guarito la speciale concessione di un Anno Santo (così veniva popolarmente conosciuto quest’anno giubilare).

Purtroppo la storia non ci ha tramandato il nome del medico, né quella del Pontefice, né tanto meno la data delle prime celebrazioni giubilari.

Potremmo ipotizzare che il privilegio sia sorto sotto il pontificato di Paolo III (1534-1549), secondo l’affermazione di don Franco Cifalà il quale nel 1815 affermò che l’archivista della Curia di Messina, col quale si era già inteso precedentemente per la ricerca dei documenti, avendolo incontrato vicino al Duomo, gli avrebbe detto: “Padre Cappellano state allegramente, che ritrovai le lettere osservatoriale per l’Anno Santo di Zaffaria spedite nel governo di Paolo III; ho faticato molto perché i registri di quel tempo non solo non hanno alfabeto, ma il carattere per le persone non pratiche è illeggibile; Onde io attendo un ben degno complimento per tale fatiga”.

Purtroppo non abbiamo altra testimonianza a riguardo, né documenti che provino le sue dichiarazioni.

L’attuale archivio della Curia arcivescovile non possiede alcun documento antico da cui si possa evincere un tale privilegio. La cattiva amministrazione dell’archivista del 1796, il quale (secondo una testimonianza raccolta sempre a proposito della lite del 1815) avrebbe messo in vendita le “carte” antiche per comprare “carta” nuova per il nuovo archivio, l’incendio doloso del 1° settembre 1847, atto di sostegno per l’inizio dei motivi rivoluzionari, e infine i terremoti, hanno depauperato il tesoro documentario dell’Arcivescovado e dell’intera Diocesi di Messina.

Maggiori notizie sono ricavabili dall’Archivio della Parrocchia di Zaffaria, che pur nella sua modestia, aiuta a risalire fino al 1661, anno in cui nel libro cassa viene registrata una spesa “per l’officiali per il Giubileo”, senza ulteriore specificazione.

Nel 1687 si riscontra la nota di una spesa, “per circari li anno santo”.

Il testo non è molto chiaro, ma trovandoci in prossimità dell’Anno Santo del 1690, si potrebbe intendere quel “circari” nel senso di “questuare” per le spese della celebrazione.

L’Anno Santo del 1690 ci ha lasciato la prima testimonianza ufficiale e più preziosa che abbiamo: una “plangia” (clichè) per stampare immagini di S. Sofia. In calce ad essa si legge: “Mattheus Scardamaglia sculpsit in Anno Sancto 1690”. Nello stesso anno viene registrata un’ulteriore incomprensibile spesa: “ in Roma per circare indulgenza” (spese che saranno presenti negli anni successivi anche in quelli in cui non intercorre coincidenza giubilare).

Molte notizie abbiamo per il giubileo del 1758, anno in cui si dovettero superare serie difficoltà. La bolla pontificia, “stessa in pergamena”, era stata rubata dall’Archivio parrocchiale, secondo quanto affermava il parroco del tempo don Mariano Guglielmo. Così, non essendo più in possesso di alcun documento probante la veridicità della concessione, Mons. Moncada, Arcivesco di Messina, riunì “un congresso di teologi regolari e secolari colla intelligenza di giureconsulti”, i quali “innanzi a Mons. Vicario” avrebbero dovuto confermare la validità di tale privilegio, sostenuti anche dalle affermazioni di testimoni. Il privilegio ebbe il placet della Curia, ma Mons. Moncada non potè officiare all’apertura del giubileo “per aver passato agli eterni riposi”.

Alcuni sacerdoti di Ladreria, chiamati a testimoniare per l’Anno Santo del 1815, attestarono che l’apertura dell’Anno Santo fu fatta “con tal solennità e concorso di gente che non si potè in quella Parr.le eseguire la funzione dell’acqua santa e ne sarebbe restata quella chiesa priva d’essa se il Cappellano di quel tempo non mandava per prevenire al tempo opportuno al nostro Cappellano (di Larderia) perché ne formasse una maggior quantità da potergliene comunicare”.

“Senza verun contrasto si aprì l’Anno Santo” negli anni 1769 e 1780.

Seri ostacoli invece verranno per il 1815.

Già dall’anno precedente, 1814, ci si era preparati ad un così importante avvenimento e si erano acquistati due nuovi confessionali in vista dell’Anno Santo.

Il 17 marzo 1815 venne presentata una supplica dell’Arcivescovo Mons. Gaetano Garrasi, “uomo d’anni novanta circa che non ha consultore e che ha in ogni tempo creduto canone il proprio sentimento”.

Firmatari della supplica erano il “capogenteFrancesco Pandolfino e i rettori della chiesa, Santo Tornese ed Angelo Albanese.

Il giorno successivo l’Arcivescovo rispose negativamente, esigendo i legittimi documenti.

Il 20 venne rimessa un’ulteriore supplica, si acclusero i documenti presenti in parrocchia e le notizie desunte dai libri cassa, si accennò anche al caso Moncada e si chiese al Vescovo, qualora non avesse ritenuto sufficiente la documentazione, di “rimettere il negozio di cui si tratta ad un collegio misto di teologi e Giureconsulti, onde intese per le vie regolari le ragioni su cui si fonda l’esercizio del diritto”.

Purtroppo anche questa supplica la risposta, datata il 23 marzo, fu negativa: i documenti presentati non erano convincenti.

Vista l’irremovibile mente dell’Arcivescovo, i Rettori e il Capogente inviarono un memoriale al Duca di Gualtieri, residente a Palermo, affinché intervenisse a sostegno del loro diritto, “appoggiato all’immemorabile e non interrotto possessorio nitidamente giustificato… d’anni duecento circa”. Fecero notare, inoltre, che non erano in possesso di alcun documento anche a causa del poco zelo dell’archivista della Curia, il quale avrebbe venduto le “carte… sul pretesto che col ricavato si doveva terminare l’Archivio che resta ancora incompito”.

Il 27 novembre 1815 il vicario generale di Messina, Mons. Averna, rispose al biglietto inviatogli dal Duca di Gualtieri, chiedendo il permesso per il ricorso alla S. Sede. Il 5 dicembre arrivò la risposta nella quale si comunicava all’Arcivescovo che il Re (Ferdinando IV, presente a Palermo) “ vuole che V.S. ill.ma di tutto facci intesa la S. Sede affinché non si deperda in Sicilia un sì grande e singolare privilegio”.

Mentre le trattative erano in corso, i Rettori e il Capogente chiesero a Mons. Gaetano Grano, priore della Curia, di concedere il permesso di raccogliere testimonianze giurate attestanti l’esercizio di tale diritto. Accolta la richiesta, numerosi furono i testimoni che fecero la loro deposizione.

Con Breve del 20 agosto 1816, Pio VII concedeva l’indulgenza plenaria per sei mesi. Il 29 novembre dello stesso anno l’Arcivescovo comunicava la concessione al cappellano di Zaffaria, dando le istruzioni riguardanti il Giubileo da iniziarsi il 1° gennaio e da chiudersi il 30 giugno del medesimo anno. Intanto il 5 novembre Mons. Garrasi ‘sua sponte’ aveva aperto un giubileo di 53 giorni per messina e lo aveva chiuso lo stesso giorno dell’apertura di quello di Zaffaria.

Anche la “Gazzetta di Messina” del 4 gennaio 1817 ne dava “pubblico avviso, onde generalmente i fedeli profittar possano d’una grazia così salutare alle loro anime”.

Forse perché la concessione in via sanatoria non fu soddisfacente, furono inviate a Roma altre richieste. Il 28 gennaio, 1817, infatti la Sacra Congregazione delle Indulgenze concesse in perpetuo il privilegio.

Con un altro Breve, quello del 4 marzo 1817, Pio VII concesse in perpetuo “semel in anno” l’indulgenza plenaria a quanti avrebbero visitato la chiesa parrocchiale.

Ciò che era incominciato con i toni scuri di un dramma si concludeva felicemente. La parola del Pontefice poneva fine ai dubbi futuri. Ormai la parrocchia era in possesso di un documento incondizionatamente probante.

Una lapide, scritta da Mons. Gaetano Grano nel 1819 fu posta nella Chiesa Parrocchiale a perenne ricordo.

Purtroppo non si hanno notizie dei Giubileo del 1826 e del 1837.

Non sorsero problemi per la concessione giubilare del 1967. Con lettera del 6 dicembre 1966 la Sacra Penitenzieria Apostolica riconosceva pienamente la validità del privilegio.

Una modifica sostanziale fu apportata nel 1978, anno in cui, il 7 febbraio, la concessione perdeva la caratteristica della perpetuità.

Nell’anno, 1989, si ripetette la fausta coincidenza, che venne accolta con grande gioia. Per espresso desiderio della Penitenzieria Apostolica venne mutato il nome di “Anno Santo” in “ANNO DELLA GRANDE INDULGENZA”e venne nuovamente riconfermata la perpetuità del privilegio.

E’ un dono che il Signore fa non soltanto a questa parrocchia o alla Chiesa di Messina, ma alla Chiesa intera.

Lui è ricco di misericordia, manifesta il suo amore verso gli uomini, desiderando che nessuno si perda e che tutti ritrovino la via della salvezza.

IMG_0364CORREVA L’ANNO… ANNI SANTI A ZAFFARIA

1690

Papa: Alessandro VIII ( 1689-1691 )

Arcivescovo di Messina: Francesco Alvarez ( 1686-1698 )

Filippo Juvara architetto Messinese (1678-1736); Muore S. Margherita Alacoque;

La dominazione Spagnola si avvia al tramonto con la morte del Re Carlo II che avverrà nel 1700. Messina continua a risentire in tutti i sensi per la fallita rivolta anti-spagnola del 1674-1678.

1758

Papa: Benedetto XIV ( 1740-1758)

Arcivescovo di Messina: Tommaso Moncada O.P. (1743-1762 )

Anton Maria Jaci matematico e fisico ( 1739-1815 ) un anno prima nel 1757 si laureava in fisica matematica e medicina.

Sotto il governo di Carlo III di Borbone inizia in Sicilia un’opera riformatrice mitigando i tributi, favorendo il commercio, limitando il potere dell’inquisizione; l’isola attraversa un periodo di relativa tranquillità,almeno fino al 1759 anno in cui Carlo III assume la corona di Spagna lasciando il governo dell’isola al figlio di 9 anni Ferdinando sotto la tutela del ministro Bernardo Tanucci.

1769

Papa: Clemente XIII ( 1758-1769 )

Arcivescovo di Messina:

Pippo Romeo poeta Messinese ( 1733-1805 );

1780

Papa: Pio VI ( 1775-I779 )

Arcivescovo di Messina: Nicola Ciafaglione ( 1780-1790 )

Il Principe di Collareale (1772-1827 );

La Regina Maria Carolina moglie di Ferdinando I di Borbone si libera definitivamente di Bernardo Tanucci intelligente ministro e già tutore del marito quando era ancora adolescente. Maria Carolina comincia ad essere la vera dominatrice del regno delle due Sicilie.

1815

Papa: Pio VII ( 1800-1823 )

Arcivescovo di Messina: Gaetano Maria Garrasi O.E.S.A. (1792-1817 )

Mario Aspra musicista Messinese ha 20 anni ( 1795-1868 ); Natale Catanoso medico chirurgo

( 1799-1854 ); Anastasio Cocco farmacologo e naturalista aveva 16 anni ( 1799-1854 ); Felice Biscazza poeta Messinese aveva 6 anni ( 1809-1867 ); Antonio Fulci penalista ( 1810-1882 ); Vincenzo D’Amore poeta messinese (1809 – 1875); Giuseppe La Farina poeta e letterario (20 Luglio 1815 – 1863); Tommaso Aloysio Juvara incisore (1809 – 1875) aveva 16 anni; Pietro Cuppari agronomo (1816 – 1870); Riccardo Michell poeta (29 Settembre 1815 – 1889); Giuseppe Natoli politico (1805 – 1867); Paolo La Spada avvocato e politico (1817 – 1878);

Il Congresso di Vienna segna la fine del protettorato inglese in Sicilia e la conseguente abrogazione della Costituzione Siciliana del 1812 di carattere monarchico dovuta alla presenza inglese in Sicilia.

1826

Papa: Leone XII (1823 – 1829)

Arcivescovo di Messina: Cardinale Francesco Di Paola Villadicani (1823 – 1861);

Francesco I di Borbone (1777 – 1830) divenuto re delle due Sicilie regnò solo per pochi anni in modo assolutista senza nessun miglioramento per la Sicilia.

1837

Papa: Gregorio XVI (1831 – 1846)

Arcivescovo di Messina:

Giuseppe La Farina partecipa ai tumulti dell’isola.

1967

Papa: Paolo VI (1963 – 1978)

Arcivescovo di Messina: Francesco Fasola (1963 – 1977)

Nel 1968 muore Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura nel 1959 che visse a Messina.

Definitivo tramonto delle produzione di zolfo in Sicilia in seguito dell’amara costatazione che la Sicilia produce soli il 2% rispetto alla produzione mondiale.

I quotidiani di Italia parlano spesso del triste tragico sviluppo della “nuova mafia”.

In Italia viene definitivamente presentata alla Camera la Legge Gaslini – Fortuna per l’applicazione divorzio (che poi sarà approvata definitivamente nel 1978).

1978

Papa: Giovanni Paolo II (1978 – 2005)

Arcivescovo di Messina: Ignazio Cannavò (1977 – 1997)

Grande è il dolore, l’orrore, l’indignazione di tutto il popolo italiano per il rapimento ed il conseguente barbaro omicidio del grande statista Aldo Moro.

 

1989

Papa: Giovanni Paolo II (1978 – 2005)

Arcivescovo di Messina: Ignazio Cannavò (1977 – 1997)

Lutto nel mondo della cultura siciliana per la morte del grande scrittore Leonardo Sciascia.

De Lignamine

Giovanni Filippo De Lignamine nacque intorno al 1428 a Messina da nobile famiglia. La data di nascita è desumibile dalla dedica dell’Herbarium di Apuleio del 1478, in cui il D. si dice “ annos iam pene quinquaginta natus”.

Il D. non fu medico, come hanno sostenuto alcuni suoi biografi, equivocando certamente sul fatto che,in qualità di tipografo, mise alle stampe trattati di medicina come il De conservatione sanitatis di Benedetto da Norcia (1475), il De remediis venenorum di Pietro Abano (1475) e l’Herbarium diApuleio (1478-1482). Dei primi due trattati è stato addirittura ritenuto l’autore. E’ sicuramente falsa la notizia accolta da molti biografi, secondo cui insegnò medicina nell’università di Perugina,conoscendovi il generale dei francescani Francesco Della Rovere.

Dopo aver fatto i primi studi umanistici a Messina, il D. si trasferì a Napoli, alla corte degli Aragonesi; lo afferma, vantandosene, nella dedica a Sisto IV della Incliti Ferdinandi regis vita et laudes (1472): “… ego enim meme una cum ipso (Ferdinando) coevum pene in regia cesareqque domo sub Alphonso patre nutritum educatumque…”

Nel 1448 ricevette da re Alfonso l’incarico di riscuotere i “fasciola” (nome siciliano dato al dazio che i sudditi dovevano pagare per la nascita dei principi) in Puglia, per la nascita di Alfonso (4 nov. 1448) primogenito di Ferdinando duca di Calabria. Furono questi gli anni della sua formazione letteraria.

A Napoli conobbe certamente gli umanisti di cui Alfonso il Magnanimo si era circondato: fra essi Lorenzo Valla e Antonio Beccatelli detto il Panormita. Quest’ultimo, secondo il Soria , gli sarebbe stato maestro di lettere latine a Palermo: ma la notizia perde fondamento se si tiene presente che il Beccatelli aveva lasciato Palermo nel 1420, ancor prima quindiche il D. nascesse.

Non si sa quando il D. si sia sposato, ed è certamente da scartare la notizia isolata dell’Ortolani circa una presunta moglie di nome Allegranzia, che sarebbe stata invece moglie di un altro Filippo De Lignamine, morto nel 1455 e probabilmente suo avo, Ebbe comunque due figli, Angela ed Antonio, avviati alla carriera ecclesiastica non senza calcoli, datele amicizie strette nelle alte gerarchie ecclesiastiche. La prima diventò infatti badessa di S. Chiara di Messina; il secondo ricevette dapprima un canonicato a Messina da papa Paolo II, poi altri benefici da Sisto IV, e fu nominato arcivescovo della stessa città da Leone X.

Intorno al 1470 il D. si trasferì a Roma, mentre era papa Paolo II.

“Reliqui patriam, coniugem, liberos, parentes, qmicos tor annos…”, afferma il C. nella citata dedica a Sisto IV. L’implicazione nostalgica delle sue parole fa pensare ad una partenza quasi forzata o più semplicemente dettata dal desiderio di miglior fortuna, se non proprio per incarico – forse – degli stessi Aragonesi che a Roma volevano preparare un partito favorevole ad una alleanza che fu difatti suggellata ( nel febbraio del 1472) dal matrimonio di un nipote di Sisto IV con la figlia del Re di Napoli, dal passaggio per Roma di Eleonora d’Aragona che andava sposa ad Ercole d’Este nel maggio del 1473, dal viaggio di Ferrante a Roma per il giubileo del 1475, dall’alleanza nella guerra contro Firenze del 1478, dall’elezione a cardinale di Giovanni d’Aragona. Fatto sta che il D., una volta a Roma, incominciò a frequentare il cardinale di S. Pietro in Vincoli Francesco Della Rovere, al quale si dilettava di raccontare la vita trascorsa nella corte aragonese e l’amicizia con re Ferdinando. Riuscì anche ad entrare nelle grazie di Paolo II, tanto da essere nominato suo scudiero: la notizia si ricava dalla nota al De elegantia linguae latinae del Valla (1471). Intanto a Roma nel 1467 erano apparse le prime tipografie ad opera di C. Schweynheim e A. Pannartz (che prima avevano lavorato a Subiaco) e di U, Hahn.

I primi diedero alle stampe la grammatica di Donato e le Divinae institutiones di Lattanzio; il secondo le Meditationes di Juan de Torquemada. Dei caratteri del Hahn pare che si sia servito il D. quando, intorno al 2470, si decise ad aprire una tipografia in casa sua: nella “piena ragione, in via papae prope S. Marcum”, si legge alla fine dei volumi editi nel 1470 e nei primi del 1471.

Ciò fece, egli dice, non tanto per lucro alla sua nobiltà; per scacciare l’ozio e per non fare come “…qui cum ex sententia Salluscii vitam silentio transeat recte pecoribus comparatum” ( dedica a Guglielmo d’Estouteville dell’Historia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, p.77). in realtà il D. veniva anche incontro alle esigenze della Curia, che vedeva con favore l’arte della stampa per le enormi possibilità di dare diffusione a scritti di carattere religioso. Lo testimonia l’ampia gamma di opere di edificazione religiosa e di opuscoli teologici che il D. pubblicò.

Il D. fu il quarto tra i tipografi italiani dopo Simone Cardella, Oliviero Servio e Pietro della Torre, ad esercitare l’arte tipografica nell’ultimo quarto del secolo XV, quando cioè a Roma per la maggior parte gli stampatori erano stranieri ( trenta tedeschi, due francesi, e infine un fiammingo). Fu anche editore: scrisse infatti le prefazioni alle sue edizioni, mettendo a frutto la conoscenza del latino in dediche di sapore ciceroniano indirizzate il più delle volte a Sisto IV, ma anche a cardinali, abati ed alti personaggi del mondo ecclesiastico. La sua attività fu intensa: dalla sua tipografia uscirono nel luglio e nell’agosto del 1470 il De XII Caesarum vitis libri XII di Svetonio e le Institutionum oratoriarum libri XII di Quintiliano, stampati coi caratteri dell’Hahn. Il volume di Quintiliano e senz’altro superiore a quello stempato nello stesso anno dal Pannartz. Nel 1471 stampò il De elegantia linguae latinae del Valla, mostrando nella scelta del teste e dell’autore il suo legame con la cultura umanistica partenopea, la quale proprio ad opera del Valla fu conosciuta a Roma. I suoi interessi linguistici sono provati da una grammatica ad uso scolastico, Rudimenta grammatices di Nicola Pernotti ( 1474,1475, ecc.), che egli pubblicò per ovviare alle prolissità delle grammatiche di Pisciano e di Donato.

Nelle dediche della Historia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, di cui esistono due edizioni con dediche diverse, il D. afferma – nell’edizione intestata a Sisto IV – di aver stampato fino a quella data “… supra decem milia diversorum quidam actorum volumina…”; nell’edizione dedicata a Guglielmo d’ Estouteville invece afferma: “…Itaque supra quinque milia diversorum autorum volumina in hanc usque diem nostro iussu impressa sunt”. L’edizione con dedica al d’ Estouteville che è del 15 maggio 1476 deve pertanto considerarsi anteriore a quella con dedica a Sisto IV invece deve collocarsi intorno al 1481, poiché cinque anni è il tempo necessario, considerato il numero di opere edite dal D. in questo periodo, perché dai suoi potessero uscire cinquemila volumi. Ciò nondimeno dovette esserci un aumento della tiratura rispetto al primo quinquennio di attività tipografica.

Nel 1471 era diventato intanto papa, col nome di Sisto IV, Francesco della Rovere. Il D. ebbe confermato il titolo di scudiero, datogli da Paolo II; e in calce alle sue edizioni dirà che i volumi “… impressa sunt in domo nobilis viri Johannis Philippi de Lignamine Siculus Scutifer Santissimi P. supradicti ( Sisto IV )” (Oratioì di Bernardo Giustiniano, 9 dic. 1471). Nel 1472 nel Pungilingua di Domenico Cavalca farà stampare: “ Rome in domo Ioh. Philippi de Lignamine Siculi et Sisti IV familiaris… ( Capialbi, p. 27), cosi come, l’anno successivo, nello Speculmum di Roderico.

Per mostrare la sua gratitudine verso Sisto IV mise alle stampe in uno stesso volume, nel 1472, due opuscoli scritti dal Della Rovere quando era ancora cardinale: il De sanguine Christi e il De potentia Dei, in 300 copie distribuite gratuitamente a dotti, teologi ed eruditi perché potessero apprezzare le virtù e le doti di teologo del papa. Anche il De futuris contingentibus del 1473, sempre di Sisto IV, fu stampato in 300 copie. Normalmente però gli altri volumi pubblicati fin al 1472 ( quattordici secondo il Capibalbi, nove invece secondo quanto dice lo stesso D. riferendosi ai più importanti nella dedica a suo zio l’abate Marco del Pungilingua di Domenico Cavalca e del De immortatlitate animae di Iacopo Canfaro ) avevano una tiratura calcolata intorno ai 150 esemplari. Doveva quindi ammontare a circa 2400 il totale dei volumi usciti dai suoi torchi, sempre considerando le 300 copie dei due volumi stampati per Sisto IV.

Nonostante non si trattasse di un’altra tiratura, specie se paragonata ai 275 esemplari per edizione che Schweynheim e Pannartz stampavano a Roma, in parte per il fatto che il mercato librario non ancora organizzato non riusciva ad assorbire la produzione,in parte per la sa eccessiva generosità nel regalare libri, il D. si trovò nei debiti. Dovette così ricorrere a Sisto IV che generosamente lo provvide di un salvacondotto nel febbraio 1472: “…ut commodius a tuis debitoribus exigere et creditoribus satisfacere et res quas in alma urbe nostra venales venundare possis…” (Breve di Salvacondotto…, in Capialbi, p.52). Nel gennaio dello stesso anno Sisto IV lo aveva munito di una lettera di raccomandazione presso Re Giovanni D’Aragona, e il 23 marzo farà lo stesso con una lettera a Ferdinando. Così si esprime il papa “…Dilvctum filium Iohannem Philippum de Lignamine Civem Messanem, Scutiferum nostrum continuum commensalem ob virtutes et prebitatem eius grata quoque familiaritatis obsequia quae nobis assiduis studiis imprendere non desistit… in omnibus occurrentiis commendamus” (Breve di raccomandazione, in Capialbi, pp. 51 e 53). Nel 1476 infine il D. dice di avere ricevuto da Sisto Iv l’onore di fregiarsi del cognome Della Rovere (cfr. la dedica della Historia di Eusebio a Sisto IV). Per gli incarichi, i titoli e i benefici ricevuti il D. fu invidiato tanto da trattare l’argomento più volte nelle dediche alle sue opere e da dire in una lettera a suo zio, l’abate Marco, “ ma io non curo l’invidia, né ho da temerla, perché non sono ricco, né senatore ma amante di virtù, e di lettere” (cfr. Ortolani). Era sincero perché, anche se fu un abile cortigiano, non divenne mai ricco e le sue sostanze spese per amore delle “humanae” lettere che, come non mai, potevano definirsi “pulchrae” per l’elegantissima veste tipografica con la quale in particolare il D. amò presentare i suoi libri.

Prima del 1478 il D. ricette l’incarico diportare la rosa d’oro a Lodovico Gonzaga marchese di Mantova, grande mecenate che aveva avuto il merito di avere introdotto la stampa a Mantova..

Nel gennaio del 1475 era stato inviato in qualità di commissario apostolico ad incontrare a Velletri e a Valmontone re Ferdinando d’Aragona che si recava in gran pompa a Roma per il Giubileo. In tale occasione, per i suoi meriti e per la devozione di cui aveva dato prova scrivendo e pubblicando il 9 ag. 1472 Inclyti Ferdinandi regis vita et laudes, Ferdinando lo creò cavaliere, e nel 1476 gli concesse un guidatico per i debiti contratti fuori del Regno.

L’opuscolo ( ristampato a Palermo nel 1796 nella Nuova Raccolta di opuscoli di autori Siciliani, VIII, pp. 149-197) fa parte del filone storico-biografico degli umanisti napoletani inaugurato dal Valla con gli Historiarum Ferdinandi regis libri tres (1445-46) seguiti dai De dictis et factis Alphonsi del Panormita e dalle De rebus gestis Alphonsi di B. Fazio. In questa biografia il D., non discostandosi dal carattere cortigiano e declamatorio delle opere dei suoi precedessori, tesseva il panegirico del re e della sua famiglia. Il libretto, il 4° piccolo di ventitre pagine, inizia con una prefazio- ddica a Sisto IV, in cui il D., dichiara fra l’altro di raccontare più cose viste che le udite, perché ha avuto la non indifferente fortuna di vivere alla corte aragonese e di aver conosciuto personalmente Ferdinando fin da piccolo e di aver assistito alle prime fasi della sua educazione; continua poi col racconto vero e proprio, che si snoda in sei capitoli e si conclude con un epigramma al lettore. Il D. costruisce di Ferdinando la figura ideale di un principe cristiano, forte, coraggioso, sagace, dotto, equilibrato, quale la storiografia medioevale amava immaginarselo. In questa presentazione non era certamente estraneo al biografo il tentativo di rendere accetto alla Curia pontificia il re aragonese, dopo i dissidi tra i due Stati ai tempi di Paolo II, facendo da tramite per una politica filonapoletana, per altro già avviata dopo l’elezione del cardinale Francesco Della Rovere al soglio pontificio. Il D. sapeva di fare cosa gradita al pontefice tanto da dire che “ dum Cardinalis adhuc esses, ferdinandi mei interdum facta narranti benignissimas aures prestare solitus eras, ut tramquam Dido illa Phoenissa ab ore Aeneae Troiarum excidium narrantis penderes”.

L’opuscolo pesenta molte similitudini, a volte iperboliche, che appesantiscono la lettura, per altro scorrevole, secondo la moda umanistica delle citazioni dei classici latini e greci e, a volte, della Bibbia. Sembra sincera l’ammirazione del D. per Ferdinando, il quale fino al 1472, per il modo in cui aveva organizzato e governato il Regno di Napoli dopo la morte del padre Alfonzo, con la sconfitta dei baroni sostenitori degli Angiò, era divenuto per molti in Italia, e non soltanto per il D., sicuro punto di riferimento e un elemento di equilibrio nel fragile panorama politico dell’Italia dopo Lodi e di difesa della Cristianità contro i Turchi.

Oltre alla vita di re Ferdinando, il D. scrisse un opuscolo “ sulle donne illustri”, anteriore al 1478, di cui non si conosce né il titolo esatto né l’anno di pubblicazione; ne fa cenno nella dedica al Cardinale F. Gonzaga dell’Herbarium di Apuleio quando a proposito della madre di lui così declama: “…Sed quorsum de matre tua? Nam et si eius vistutes in eo libello quo ciarissimarum illustriumque mulierum nomina complexus sum”.

Se questi due “ libella” furono sicuramente scritti dal D., controversa è l’attribuzione della Connuatio Cronici Ricobaldini ab anno 1316 (1474). Secondo alcuni biografi ( De Grossis, Mongitore, Orlandi, Capialbi) il D. ne è l’autore, mentre G.B. Audifredi (Specimen…, Romae 1794, sub voce) sostiene che la stessa prefazione prova che ne fu soltanto l’editore; il Pontieri aggiunge che la cronaca fu scritta da un nipote omonimo del D., frate domenicano che si trovav in quegli anni a Roma.

Il 26 luglio 1483, il D. ricevette l’ultimo incarico, di cui siamo a conoscenza, da Sisto IV . Fu nominato infatti commissario apostolico in Sicilia e lnelle isole vicine per la raccolta delle decime e dei contributi per la crociata contro i Turchi; per l’occasione Sisto IV lo munì di lettere di presentazione indirizzate ai vescovi siciliani (Capialbi, pp. 93 s.).

Agli anni tra 1480 e il 1483 risalgono le ultime risalgono le ultime edizioni del D., per le quali pare che si fosse servito dei caratteri di più stampatori: di Giorgio Teutonico per l’Oratio del Margarit (1481), del Plannck per l’epistola di Enrico Istitutore (1483).

Se nelle prime edizioni dei suoi libri il D. si servi di formati in folio che riproducevano quasi fedelmente i manoscritti ai quali il pubblico era abituato, dopo il 1473 usò quasi sempre formati in quarto, più piccoli, più maneggevoli, meno costosi e più adatti ad un mercato librario in espansione. Nelle sue edizioni hanno la prevalenza i libri in latino. In volgare stampò solo un libro “della preparazione alla morte” (1473) di Bartolomeo Maraschi e i Sonetti e canzone del chiarissimo poeta Francesco Petrarca (1473). Quest’ultima fu una delle prime edizioni a stampa del canzoniere, che fu stampato a Roma tra il 1470 e il 1484 anche da Georg Laurer di W urzburg.

Morto Sisto IV, suo protettore, il 12 ag.1484, il D. dovette partire da Roma e andare al servizio del re di Spagna Ferdinando il Cattolico. L’ultima notizia sul suo conto infatti risale al 1491, quando scrisse dalla Spagna a G. Dati una lettera con cui lo pregava di comporre in volgare, traducendolo dal latino, un poemetto sulla scoperta delle nuove isole Canarie da parte di Cristoforo Colombo, pubblicato a Firenze il 25 ott.1495.

Non si conosce l’anno della morte del De Lignamine.

Bibl.: per le edizioni, si veda K. Burger, Printers and publishers…, in L. Hain, Rep. Bibl., Suppl., II, 2, pp.477 s., sub voce Lignamine; C. Gesner, Bibl.

Universilis sive cat. Omnium scriptorum, I, Tiguri 1545, p. 446; G.B. De Grossis, Abbas Vindicatus, Florentiae 1651, p. 70 ;

P. Mandosio, Theatrum, in quo mqximorum christiani orbis pontificum archiatros… spectandos exhibet, Romae 1696, p. 128;

 

Nessun commento ancora

Lascia un Commento

LETTURE DEL GIORNO

IL SANTO DEL GIORNO