Giovan Filippo De Lignamine



messina

  Nel 1428 nasce a Messina Giovan Filippo dalla  famiglia de Lignamine, una famiglia del patriziato cittadino che aveva già avuto un ruolo nella storia della città in un momento difficile dei rapporti con l’Oriente. Al tempo degli Angioini i beni dei basiliani erano stati infatti usurpati dall’arcivescovo di Palermo e durante la contesa, prima che l’archimandrita riuscisse a rivendicare i propri diritti, vennero affidati, quale detentore, a Lorenzo de Lignamine.A  Messina Giovan Filippo. viene avviato agli studi umanistici, ma poi lascia la città per recarsi a Napoli, sotto la protezione del re Alfonso d’Aragona.Re Alfonso d'Aragona

Le prefazioni delle opere che più tardi usciranno dalla sua tipografia offrono alcune notizie autobiografiche, e da queste apprendiamo che il periodo della formazione   presso la corte del re, frequentata da umanisti quali Lorenzo Valla, fu un’esperienza determinante. La Napoli aragonese e filo-romana non era però che una prima tappa nell’ascesa di Giovan Filippo a posizioni di prestigio negli ambienti culturali e politici dell’epoca.

 La svolta in tale direzione si ha nel 1470, quando Giovan Filippo si prepara a trasferirsi a Roma.

Così scriverà in futuro, con la consapevolezza che in quell’anno intraprese una strada che lo avrebbe portato lontano: relìqui patriam, coniugem, liberos, parentes amicos tot annos.

Ma per capire quali fossero le motivazioni ed il contesto che lo portarono ad allontanarsi da Messina, e a tornarvi solo al culmine della sua carriera, dobbiamo rievocare uomini, idee e fatti che avevano preceduto il suo arrivo a Roma.

 Emergeranno così nuove ipotesi sul ruolo di quest’uomo, come diplomatico nel rapporto fra i due centri religiosi di Roma e Costantinopoli, allora tema emergente della politica internazionale.

 Un ruolo forse più interessante di quello di medico, attribuito dalla tradizione.

  Negli ambienti papali il ‘400 si era aperto all’insegna dell’attività conciliare per sanare i profondi conflitti di cui soffriva la Chiesa latina.

 Nella prima metà del secolo si era infatti svolto il Concilio di Costanza che  aveva posto fine allo scisma d’Occidente, ma che aveva affrontato anche, senza risolvere, il problema che continuerà a travagliare la Chiesa per tutto il secolo e anche oltre: la riunione con la Chiesa d’Oriente. 

Questa non riconosceva il primato del pontefice, era organizzata in una pentarchia costituita da cinque patriarcati indipendenti, ed era assoggettata alla concezione teocratica del potere imperiale, allora assediato dall’avanzata turca.

 Ill patriarca di Costantinopoli e l’imperatore d’Oriente Giovanni Paleologo si erano personalmente recati a Ferrara e Firenze, in cerca di alleati contro i Turchi Ottomani, e al concilio che qui si svolse rivestì un ruolo fondamentale un personaggio di spicco della diplomazia pontificia: il vescovo di Nicea Bessarione.

Vescovo di NiceaFu egli che lesse in greco la bolla di unione dei greci con i latini in quanto, umanista e protettore degli immigrati greci, era il simbolo stesso della tradizione culturale bizantina in Italia.

E fu proprio egli che coinvolse questo territorio in progetti ed ideali condivisi (come vedremo) dallo stesso Giovan Filippo. 

Basiliano, che non lasciò la tonaca nera da monaco nemmeno da cardinale, Bessarione era inoltre un energico sostenitore della necessità di una riforma contro la decadenza morale e culturale dei monaci, e a tale scopo svolse una serie di incarichi nella nostra diocesi quale abate, fra l’altro, di S. Filippo il Grande ed infine quale archimandrita.

Le motivazioni che sostennero Bessarione nello svolgimento di tali incarichi erano incentivate anche da un interesse personale, in quanto lo scriptorium del monastero del S. Salvatore era un centro di cultura greca di particolare richiamo, e Bessarione che “ … amava i libri quasi quanto il potereper tutta la vita andò scovando libri di pregio, nel corso delle sue missioni diplomatiche “.librolibro

 

Proprio i centri culturali, in quanto simbolo della cristianità, divennero bersaglio degli attacchi dei mussulmani, in una guerra che fu anche di culture diverse: sbarcati in Puglia, i Turchi Ottomani distrussero le numerose opere da Bessarione raccolte e conservate nella ricchissima biblioteca di un monastero nei pressi di Otranto.

MaomettoMa la caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto il Conquistatore, nel 1453, aveva già  costituito un evento storico di tale portata da sconvolgere tutta la cristianità. Alcuni anni dopo Enea Silvio Piccolomini, papa con il nome di Pio II, mecenate ed egli stesso umanista, definiva ancora Costantinopoli  sede della sophia bizantina,   sosteneva che nessuno dei latini poteva apparire sufficientemente istruito  se non avesse studiato per un certo periodo a Costantinopoli, e così  ricordava l’avvenimento:

In quel periodo i Turchi, che già erano signori dell’Asia Minore e di gran parte della Grecia, strinsero d’assedio con ingenti forze da terra e dal mare Costantinopoli, sede dell’Impero d’Oriente e sola città della Tracia che ancora resistesse al giogo di Maometto.i Turchi Dopo una battaglia durata tredici giorni l’espugnano, la saccheggiano, la distruggono; uccidono Costantino imperatore di quel popolo e massacrano quasi tutti i nobili; riducono in servitù la plebe, insozzano di brutture maomettane  il nobilissimo tempio di S. Sofia e tutte le basiliche della città regale.

 

Appare pertanto chiaro che il programma di riforma attuato dal Bessarione nella nostra diocesi, la ripresa dell’insegnamento del greco, il conferimento dell’incarico a maestri provenienti proprio da Costantinopoli, quali il celebre Costantino Lascaris,  rappresentassero interventi locali nell’ambito di un più ampio quadro politico.

 All’epoca di tali avvenimenti  Giovan Filippo doveva avere fra i 25 e i 30 anni di età. Non abbiamo notizie più dettagliate di questa fase della sua vita, sappiamo soltanto che proprio in questo periodo abbandona la corte di Alfonso a Napoli (dove lo abbiamo lasciato) e si introduce nell’ambiente romano, frequentando il cardinale di S. Pietro in Vincoli Francesco della Rovere, il futuro Sisto IV.Francesco Della Rovere

Egli stesso tuttavia manifestò, nella prefazione ad un’opera da lui edita, quali fossero i propositi che andava maturando in questi anni: voleva emergere, non fare come coloro che, citando una sentenza di Sallustio, trascorrevano la vita in silenzio ed erano perciò paragonabili alle pecore. Ebbene proprio questa citazione, tratta da un classico latino, è indice di quella formazione culturale che Giovan Filippo . aveva ricevuto e che consentì a tutto un partito di umanisti di trasformarsi nella nuova intellighenzia delle monarchie nascenti.

E qual’era in quegli anni l’attività più all’avanguardia per affermarsi nel campo culturale, se non quella della stampa? Nel 1471  Giovan Filippo arte della stampaapre a Roma una tipografia, quarto fra i tipografi italiani e secondo a Roma dopo i tedeschi, dalla quale usciranno elegantissime edizioni. Nello stesso anno  riceve il primo riconoscimento del favore papale: la nomina di scudiero da papa Paolo II. 

Anche i figli, a Messina, ne beneficiano: Antonio riceve, intanto, un canonicato e successivamente diverrà arcivescovo, la figlia Angela diventa badessa del monastero di S. Chiara.

Giovan Filippo aveva  effettivamente investito tutte le proprie risorse, di umanista e di tipografo, in favore della politica culturale pontificia,  pubblicando gratuitamente e distribuendo nei circoli dotti dell’epoca opuscoli scritti dallo stesso Sisto IV.

Ludovico Gonzaca

 

 

Meritò così l’incarico da parte del papa di consegnare egli in persona un riconoscimento ufficiale per l’introduzione  dell’arte della stampa a Mantova al  mecenate Ludovico Gonzaga: la Rosa d’oro.

 

 

 

 

 

Ed in questo periodo altri riconoscimenti si susseguirono, tanto da rendere Giovan Filippo un personaggio invidiato, cosicché egli stesso sentì di dover chiarire le motivazioni del proprio impegno scrivendo: ”io non curo l’invidia perché non sono ricco, né senatore, ma amante di virtù e di lettere”.  

Si trattava dunque di un’epoca in cui gli umanisti andavano assumendo negli ambienti politici un nuovo profilo intellettuale e nuove funzioni, ma si trattava anche di un’epoca in cui il mondo cristiano si percepiva unito, poiché era stata segnata da un grande evento (la caduta di Costantinopoli) di forte intensità emozionale. Ebbene ciò non mancò di avere risonanza nelle opere di letterati e artisti.

l’iconografia della Flagellazione di Piero della FrancescaNe costituisce un famoso esempio l’iconografia della Flagellazione di Piero della Francesca, interpretata come un momento delle trattative sulla questione della crociata, in occasione di uno dei concili che si svolsero appunto in quegli anni.

L’ipotesi è stata supportata dalla presenza di una frase: Convenerunt in unum, scritta sul retro dell’opera stessa,dalla identificazione sullo sfondo di un personaggio con turbante, dunque un turco,che assiste alla flagellazione di Cristo,ma soprattutto, tra i personaggi in primo piano, del celebre cardinale Bessarione. 

 Anche Giovan Filippo compone e pubblica un’opera, sul filone aperto da Lorenzo Valla, intitolata Incliti Ferdinandi regis vita et laudes, nella quale definisce il ruolo del re ideale: forte, coraggioso, dotto ed equilibrato, dunque l’alleato perfetto della Santa Sede.  E Ferdinando, il quale si era circondato di un’abilissima diplomazia e cercava la collaborazione di uomini eccezionali, gli conferirà la nomina di cavaliere a seguito dell’incontro che con lui ebbe quale commissario apostolico. Ciò però avvenne in una particolare circostanza, verificatasi in un anno che sembra assumere, per la nostra storia, un significato particolare: l’incontro che Ferdinando ebbe con Giovan Filippo si svolse infatti in occasione del primo giubileo romano (dopo la riforma di Paolo II) … nel 1475.

Paolo II non era riuscito a riunire le forze cristiane contro il turco, era però intervenuto con successo riguardo questa diversa forma di appello alla cristianità, di natura più spirituale che politica:  mise ordine infatti nella ricorrenza del giubileo romano, che stabilì dovesse celebrarsi ogni venticinque anni. Ebbene, il 25 marzo del 1475 ricorrevano contemporaneamente sia la festa fissa dell’Annunziata sia quella mobile del Sabato Santo, rara coincidenza posta come unica condizione   per la celebrazione del giubileo a Zaffaria.

anno santo È dunque questo il periodo al quale, anche secondo la tradizione, risalirebbe la concessione del privilegio papale. Poco probabile risulta invece la motivazione tradizionalmente addotta, che riferisce di un medico messinese che avrebbe curato  e guarito un papa, il quale avrebbe mostrato riconoscenza ricompensandolo con la concessione del privilegio per il suo paese natale. 

Come si racconta tale medicoimpiegò quasi tre settimane per arrivare in Sicilia … durante il tragitto non aveva trascurato di sostare nelle piazze di paesi e città per diffondere la notizia del privilegio esortando la gente a recarsi in pellegrinaggio a Zaffaria”. In realtà non è accertata la notizia di un ritorno di Giovan Filippo. in questo periodo. Inoltre la sua identificazione con il medico messinese è stata confutata, e l’equivoco ricondotto al  fatto che alcune opere uscite dalla sua tipografia erano di argomento medico; né l’archivio parrocchiale ha conservato testimonianze della presenza della famiglia de Lignamine nel territorio di Zaffaria.

L’attenzione che il papa mostrò verso la chiesa di Zaffaria ebbe probabilmente altre motivazioni, svincolate da un debito di riconoscenza personale, e dettate piuttosto da priorità legate non alla propria salute bensì a quella della Chiesa Romana, divisa (come abbiamo visto) da  Costantinopoli e aggredita dai Turchi.  La preoccupazione dei pontefici di quel periodo era sanare queste piaghe, ed è questo il contesto nel quale la personalità di Giovan Filippo come già quella dell’illustre Bessarione, emergerebbe acquistando uno spessore storico ben diverso da quello attribuito dalla tradizione.

In definitiva la concessione del giubileo potrebbe avere avuto, in tale momento storico, un intento propagandistico, in quanto costituiva un appello all’unità cristiana. L’Annunciazione infatti prefigura nella Madonna, predestinata ad accogliere Cristo sulla Terra, il ruolo stesso della Chiesa nel mondo; parimenti il Sabato Santo, in cui si celebrava  allora la festa della Pasqua di Resurrezione, cioè la vittoria di Cristo sulla morte, della fede sulle tenebre, concludeva il ciclo storico della vita di Cristo  e apriva quello della Chiesa Romana, consegnandole una missione salvifica universale. 

chiesa ortodossaL’attenzione verso i temi dell’Annunciazione e del Sabato Santo corrispondeva inoltre a precise scelte iconografiche della Chiesa ortodossa: l’icona dell’Annunciazione, quale evento che fa entrare Dio nella storia, occupa infatti una posizione centrale nelle porte sante della iconostasi, posizione peraltro correlata a quella del sacerdote che celebra la liturgia della Pasqua al di là dell’iconostasi stessa.  

 Era del resto consueto allora che il susseguirsi delle festività nel corso dell’anno liturgico  offrisse ai pittori soggetti da rappresentare, con il compito di preparare i fedeli. E a tal proposito emerge un’altra singolare coincidenza, finora passata inosservata: Antonello da Messina, dopo aver frequentato Napoli negli stessi anni in cui vi si trovava Giovan Filippo, torna nella città natale proprio nella prima metà del 1475, periodo nel quale ricadeva appunto la celebrazione delle due feste, e dipinge, in questo stesso lasso di tempo, l’opera sua più celebre: L’ Annunciata.l'Annunciata

Non solo: l’Annunciata, considerata uno dei più alti capolavori del ‘400 italiano, presenta una iconografia insolita. Riguardo l’Annunciazione, in base al racconto di san Luca, si delineano infatti 5 condizioni spirituali, o stati d’animo, attribuibili a Maria:  

  1. conturbatione: Maria al saluto dell’angelo ha un momento di umano turbamento,
  2. cogitatione: Maria cogitat, riflette su quel saluto,
  3. interrogatione: Maria interrogat, chiede come possa realizzarsi il   messaggio dell’angelo,
  4. humiliatione: Maria si piega alla volontà di Dio,
  5. ma soltanto dopo la partenza dell’angelo, nell’ultimo momento quello della  meritatione, osserviamo Maria, la quale appunto sola, merita di essere considerata l’unica creatura umana sulla Terra, degna di rappresentare la Chiesa di Cristo.

 La maggior parte delle Annunciazioni del XV secolo sono identificabili come Annunciazioni nei primi 4 momenti. L’opera di Antonello, invece, mette in evidenza la fase successiva: la meritatione.

L’Annunciata dunque simboleggerebbe l’unica e sola Chiesa nel mondo legittimata a rappresentare Cristo. Tale scelta iconografica non fu certo casuale, ed è già stata oggetto dell’interesse degli storici

dell’arte. Sono state infatti avanzate diverse letture per questa immagine, considerata addirittura rivoluzionaria. È  stato così postulato che non potesse esistere un’Annunciata senza un angelo annunciante perduto, ma, a lato della tavola, non esistono segni di  una legatura con uno scomparto compagno. Si è anche richiamata una tradizione orale, secondo la quale lAnnunciata avrebbe avuto come modella la santa messinese Eustochia Esmeralda dei Calafati, nota per la sua bellezza oltre che per la santità, coetanea di Antonello e da lui conosciuta personalmente.

 Comunque, secondo la mentalità del tempo, non si dipingeva per iniziativa personale, anche qualora l’artista avesse avuto una sensibilità vicina ad una intimistica devotio moderna:nel XV secolo la pittura di migliore qualità era fatta su commissione,e il cliente ordinava un’opera specificandone le caratteristiche: appunto la mancanza del contratto di committenza ha lasciato ancora senza risposta la domanda su quale sia stato l’evento e la volontà che nel 1475 diede origine a questo capolavoro.                                                                                        

 Ma torniamo all’interrogativo principale: perché un privilegio così importante,  al punto da guadagnare alla chiesa beneficiata l’appellativo di  papale, doveva essere concesso proprio alla chiesa di Zaffaria, considerato tra l’altro che non sono ancora emersi documenti che dimostrino il legame del de Lignamine con questo casale? Forse perché nel territorio di Messina era quella che meglio rispondeva, in questo particolare momento storico, a quella funzione di richiamo in difesa della fede, in quanto legata al culto di Santa Sofia. È nota infatti l’importanza di cui gode, fra i santi provenienti dal mondo orientale, Santa Sofia, alla quale è intitolato il tempio di Costantinopoli, che i Turchi avevano offeso e deturpato, come scriveva Pio II, con brutture maomettane”.

Santa SofiaEbbene la chiesa di S. Nicola conserva ancora oggi, dedicati alla santa, un pregevole altare e un dipinto altrettanto interessante; ma non tutti sanno che la chiesa ne conservava anche una reliquia, di cui oggi ci è rimasto solo il documento di autenticazione,   bollache ebbe essa stessa, fra il XVII e il XVIII secolo, intitolazione a santa Sofia.

 

L’iconografia del dipinto sembra  identificare, fra le altre sante recanti lo stesso nome  ma che non sono venute in contatto con i nostri luoghi, la santa Sofia vissuta alla fine del II secolo.

 Nata a Bisanzio “dalle cento torri”, figlia dell’imperatore Costante e di madre battezzata in segreto, nel segreto di una torre fu educata al mistero della Trinità e al cristianesimo.

 Durante le persecuzioni di Costante, Sofia stessa fu fustigata e imprigionata. La sua liberazione fu miracolosa, e la fuga la portò ad approdare alle nostre lontane sponde, nei pressi di Siracusa. Fece proseliti, vivendo rifugiata nelle caverne. Venne catturata e decapitata per ordine del padre, il quale però, dopo tre anni, si pentì e ricevette il battesimo. Nel dipinto possiamo osservare alcuni particolari del paesaggio che non è escluso possano riferirsi a tali episodi.  Innanzitutto sullo sfondo si notano una cinta muraria, munita di torri, dei campanili e due corpi cilindri, che ritroviamo dpinto di Giovanni Bellinisimili in un dipinto di Giovanni Bellini, dove sembrerebbe richiamino architetture bizantine.

 Siamo dunque di fronte ad una generica rappresentazione urbanistica, o ad una indicazione, sia pure schematizzata, della città di provenienza della santa, famosa per le sue torri,in una delle quali fu segregata? Inoltre: occupa lo spazio fra lo sfondo e il primo piano una lunga strada.  Consueto espediente prospettico o anche simbolo della distanza dall’ambiente originario?  Infine: Sofia è inserita in un paesaggio naturale nel quale sono presenti piante, rocce e anfratti. Si allude all’esperienza di vita nella caverna? Certo è che questa fu un’esperienza comune ai monaci basiliani, e condivisa dallo stesso san FilippoSan Filippo nel nostro territorio caratterizzato, dal punto di vista geologico, proprio dalla presenza di grotte. Sappiamo pure che nel 1538 santa Sofia venne confermata patrona di Sortino, in provincia di Siracusa, città nella quale, peraltro, fu trasferita la capitale dell’Impero da Costantinopoli  nel VII secolo, proprio per preservarla dalle minacce degli Arabi; ma risulta ancora più interessante notare che, secondo la tradizione, la devozione trasse in questa città origine da quella già presente a Zaffaria.

 La devozione alla santa, figlia dell’imperatore, e quindi erede ideale di una tradizione culturale messa in crisi dall’avanzata turca, potrebbe dunque avere avuto nella nostra chiesa origine, o comunque un rilancio, in relazione alla ripresa dell’idea di crociata. 

battaglia di lepantoQuale territorio del resto costituiva una migliore via di collegamento tra i grandi centri religiosi d’Oriente e Roma?  Messina aveva già visto i crociati in partenza nel 1190, e ancora nel 1571 sarà il teatro della flotta cristiana riunita in occasione della battaglia di Lepanto.  Non solo, proprio nei pressi di Tremestieri sbarcarono nel 1061 i Normanni, individuando in questa zona le condizioni più adatte per la riconquista cristiana della Sicilia occupata dagli Arabi. Questo processo, definito di latinizzazione, venne infatti favorito dagli insediamenti sorti lungo le fiumare, e in particolare dalle comunità basiliane, collegate con l’antica rete viaria, e che pertanto costituirono altrettante basi di penetrazione verso le zone interne dell’Isola. 

Ma Messina con il suo territorio non si distingueva per importanza strategica esclusivamente da un punto di vista geografico. Nel periodo in questione era al centro di un’operazione culturale che si riagganciava alla tradizione mariana di Messina, quale città che tra le prime in Sicilia ospitò comunità cristiane: lo stesso Costantino Lascaris infatti attendeva alla ricostruzione filologica della famosa lettera autografa della Madonna, distrutta da un incendio, con la quale avrebbe preso la cittadinanza sotto la sua protezione, e sulla quale si basa ancora oggi la devozione che identifica la religiosità collettiva della città.

 (2.25)Credo risulti interessante un ultimo confronto tra i temi politici, quelli culturali e le contestuali scelte iconografiche,quale rivelatore dell’importanza che ebbe nella nostra storia la tradizione orientale: sempre dalla bottega di Antonello uscirà per la chiesa della Triade di Forza d’Agrò, territorio anch’esso segnato dalla presenza dei basiliani, visita dei tre angeli ad Abramola Visita dei tre angeli ad Abramo.

 

 Il mistero trinitario, rappresentato dai tre angeli, era stato il punto centrale del conflitto fra le due Chiese, le quali presero posizioni diverse riguardo la processione dello Spirito Santo nel 325,  al Concilio di Nicea. Eusebio da Cesarea, vissuto ai tempi del Concilio, ne era la fonte storica.

Ebbenee sempre nel 1475 Giovan Filippo De Lignamine aveva atteso alla stampa della prima edizione della Historia ecclesiastica di Eusebio da Cesarea, edizione dedicata, non certo a caso, al Cardinale d’Hestouteville, incaricato per i fondi della crociata.

Ne pubblicherà una seconda edizione, dedicandola al Papa Sisto IV in persona,ed egli stesso svolgerà infine l’incarico di commissario apostolico per le decime della Crociata,  motivo questo per il quale è documentato nel 1483 il suo ritorno in Sicilia.  

 Si potrebbe dunque rivalutare il rapporto di Giovan Filippo con la realtà, per altri versi periferica, dalla quale proveniva. Considerato dagli storici ”uno degli esempi più antichi e più documentati di esportazione di cervelli … perché per la realizzazione dei suoi sogni culturali aveva bisogno di un centro culturale quale Messina non era”,  è vero che “egli conquistò uno spazio vitale fuori dall’isola”,  ma è pur vero che, al culmine della sua carriera, nell’isola tornò, in quanto nodo strategico dei progetti papali verso l’Oriente. Umanista del rinascimento maturo, quindi funzionario e diplomatico al servizio di nuove realtà storiche, si dimostrò dunque una personalità attenta agli eventi ma anche alle trasformazioni dei suoi tempi, seguendo infine, con la stessa vivacità intellettuale, la fase della scoperta di un mondo nuovo.  L’ultima notizia che si ha di lui è infatti del 1491, e lo riporta a Madrid, superati i 60 anni di età, presso il re Ferdinando il Cattolico: si tratta di una lettera inviata all’amico fiorentino Giuliano Dati, con la quale lo invitava a tradurre in latino un poemetto sulle scoperte geografiche.

Così lo ricordava il Dati: Questa composta de Dati Giuliano / a preghiera del magno cavaliere messer Giovan Filippo ciciliano / che fu di Sisto quarto suo scudiere / e chomessario suo e capitano

chiesa madre Ancora oggi la bellezza della chiesa vecchia, purtroppo irrimediabilmente adombrata dalle pessime condizioni di conservazione, riflette il ruolo di attrazione del Giubileo,e le trasformazioni architettoniche ne testimoniano sia l’importanza che il progressivo sviluppo. Del periodo medievale rimane ben poco: una monofora ogivale monofora ogivaleaperta sulla parete di destra. Sappiamo che nel 1308 già officiava un sacerdote greco,  ma l’odierno orientamento non corrisponde a quello canonico delle chiese bizantine che presentano la parte absidale rivolta ad est.    Rimangono così aperte le ipotesi sull’impianto originario, riguardo il quale l’archivio non offre notizie.

chiesa vecchiaL’aspetto attuale risale invece ad una seconda importante fase costruttiva con interventi caratterizzati, nella parte inferiore e nell’ordine di arcate,   dalla razionalità del rapporto fra pieni e vuoti, fra forma e funzione,  e da moduli decorativi classicheggianti. portale chiesa vecchiaIl bel portale con le colonne tortili è una testimonianza di derivazione romana. La parte superiore corrisponde infine ad un’ulteriore fase, in stile baroccoportale chiesa vecchia parte superiore

 Le fonti archivistiche forniscono invece qualche informazione relativa sia alle opere eseguite per la chiesa sia alla vita sociale di cui era il centro, grazie alle registrazioni di spesa documentate a partire dall’anno 1661.Da tale data e per tutto il secolo risultano solo interventi  di manutenzione: se ne deduce che la seconda fase costruttiva, dopo quella medievale, fu antecedente, e probabilmente non molto lontana dalle vicende storiche che abbiamo ricordato.  Si rese così necessario, riferendo le espressioni dell’epoca,  consare la scala a forficia”, un elemento architettonico proprio del gusto secentesco: di quella che doveva essere  una scenografica doppia scala rimane forse traccia solo nella parte destra.

 Fra questi primi interventi quello per accomodare la scala delle donne ci ricorda  l’antica consuetudine secondo la quale, in chiesa, le donne dovevano essere separate dagli uomini; ma non solo, sembrerebbe richiamare una caratteristica delle chiese bizantine. Queste erano difatti dotate di scale a chiocciola che conducevano al matroneo, e S. Sofia ne era uno straordinario esempio. Le testimonianze letterarie dell’epoca del resto la diffondevano come modello architettonico, condisegni disegni e studi particolareggiati, e gli edifici che ne imitavano i moduli stilistici  ne traevano motivo di nobilitazione, perché appartenevano a un patrimonio culturale comune che aveva ormai sancito,  come abbiamo visto, l’incarnazione di un vero e proprio mito. Nuove opere e voci diverse sono registrate nel settecento.

Il secolo si apre appunto con il pagamento nel 1702 del salario annuale dell’organista: se ne desume la datazione di un organo per il quale, nel corso degli anni, si annoteranno, otre ai nomi degli organisti che si succedevano, varie spese: sia per la manutenzione che per nuove “colonetti et intaglio”. Di tale organo oggi non rimane nulla. Interessanti i pagamenti registrati per i pittori, documentati anche con notizie inedite. Nel 1705 furono infatti pagate a don Antonino Filocamo 9 onze come resto del pagamento di una pittura. L’opera, che non risulta meglio identificata, si colloca agli esordi dell’attività di questo maestro, formato alla scuola romana e apprezzato dal re del Portogallo, tanto da riceverne l’onorificenza dell’abito di cavaliere di Cristo. Personalità artistica di spicco, con i fratelli fondò a Messina un’Accademia alla quale si formerà la nuova leva della cultura pittorica cittadina. PaladinoNegli anni ‘30 furono eseguiti una serie di lavori al cappellone: si spesero, come si legge nel libro d’esito, circa 10 onze per “mezzo arangio”, 16 per “pittura …stucchiaturi e manuale”, 24 per “regalo al pittore e sue giornate”, e compare un ulteriore, considerevole pagamento, probabilmente  dovuto per il medesimo lavoro,“al sig. don Giuseppe Grano in compoto dell’onze 70.21.18”     di cui andava “creditore dalla chiesa per il mezzo arancio e pittura”. Questi dati dovrebbero riferirsi ai celebri affreschi del Paladino, opera anch’essa perduta,  corrispondente alla fase di piena maturità artistica.

La testimonianza a Zaffaria delle opere di artisti di tale livello dimostra come questo casale nella prima metà del secolo e fino alla peste del 1743, anch’essa documentata in archivio e nella quale essi stessi persero la vita, partecipasse ad una interessante rinascita, seguita al terremoto del 1693 e alla lunga crisi sociale legata alla rivolta anti-spagnola del 1674-78. Si registravano inoltre in questi stessi anni spese inferiori per l’arco della sacrestia, scala e balcone di pietra intagliata”, per marmo e manifattura della balaustrata, per la “scala della chiesa”e per i “sedili fuori della chiesa”. Ma negli anni sessanta del settecento si lavora all’altare maggiore, superando ancora le 70 onze di spesa; Mentre nel 1780, anno nel quale ricadde la celebrazione di un giubileo, furono impiegate più di 29 onze per “farsi li sedili nella sacrestia e ripartirsi la medema, ed alcune pitture nella chiesa”, inoltre si realizzarono scalini in pietra di Taormina e si completò il pavimento di marmo. È interessante osservare, scorrendo i conti del vecchio registro, come le voci di spesa rivelino un particolare impegno finanziario in coincidenza degli anni in cui si celebrò l’Anno Santo.  Anche in preparazione del giubileo del 1815 si affrontarono spese straordinarie di restauro seguito, da quanto risulta in un incartamento, dall’architetto Antonio Vannelli. Non molte le notizie per quanto riguarda pezzi d’argenteria di un certo valore.

la MantaNessun riferimento alla preziosa manta d’argento per santa Sofia, altare S.Sofiacosì come per il bellissimo altare. Ciò è però probabilmente dovuto alla perdita della serie dei libri d’esito relativi all’amministrazione della cappella, separata da quella della chiesa. Testimoniata invece, all’inizio dell’800, una gara di impegno finanziario comunitario attraverso contributi per i parati e, come si legge nel registro, “per la cappa magna di molla bianca ricamata si spesero onze 20 anticipati alla chiesa dalli sig.ri fratelli Cianciafara …il frinzone d’oro al cappuccio della suddetta cappa  fu regalata dal rev.do sac. don Santo Grano, e dal sig. don Michelangelo Cianciafara”.

 Risultano in questo periodo altre elemosine contribuite dalle infrascritte persone per la pianeta celeste e violata” e “ per farsi due cammisi di gala”, con una larga partecipazione alle spese. Sono infatti elencati, oltre la famiglia Grano e Cianciafara, i Gregorio, i Pandolfino, i Grioli, i Turnisi,  i Muscolino, gli Arena, i Raffa, gli Zaccuni, i Guglielmo, i Palella e i Morabito, e ancora altre persone devote non nominate.   Si ricorda infine la spesa di 57 onze, nel 1751, per il cascerizzo, tavoli, chiova, colla, mastria ed altri pagati a don Santo Grano in conto di quello restò havere il quondam suo padre”: armadio sacrestiasi tratta dell’armadio attualmente presente in sacrestia?

 Certo è che questo proviene dalla chiesa vecchia ed è sormontato da un interessante crocifisso, al quale però l’annotazione del libro d’esito non fa riferimento in particolare. crocifisso 

Fino alla metà del secolo dunque la chiesa di Zaffaria continuava ad essere un polo di attrazione per artigiani e artisti di buon livello, a testimonianza non solo dell’importanza dell’istituzione religiosa ma anche di una vita sociale ancora interessante. I libri d’esito risultano un preziosa fonte di notizie di interesse non solo artistico.

Anche nelle attività legate alle risorse e ai problemi del territorio la chiesa di S. Nicola era presente con investimenti contenuti ma costanti. Basti pensare, ad esempio, alla necessità di far fronte ai danni arrecati dalla fiumara, lungo la quale si svolgeva la vita della antica comunità cresciuta appunto intorno alla chiesa: sono ricorrenti infatti gli interventi  per sgombrare le macerie dopo le alluvioni, rifare i muri e piantare pioppi. 

Ancor più rilevante per l’economia del territorio la gelsicoltura e la bachicoltura finalizzate alla produzione della seta, attività all’origine importate probabilmente dai bizantini. Da allora il rapido sviluppo di questa coltura accoppiata, la bachi-gelsicoltura, divenne una delle principali attività produttive di vaste zone   e contribuì a qualificare il paesaggio agrario di molte aree rurali.

Nel ‘700 la seta, oltre che in città, continuava ad essere prodotta in molte terre del distretto e di tutti i casali, e a Zaffaria ancora oltre sono documentate le varie attività legate alla produzione serica. La chiesa di S. Nicola infatti affrontava annualmente le spese necessarie tanto per ciò che riguardava la coltivazione dei gelsi, quanto per il lavoro al manganello:  “per spini,  legna, … per uscir la seta, … per mangiare … per li mastri del manganello, … per mastria d’uscitura e filo, … per ricogliere conochie e per carriaggio al manganello”. 

Tuttavia nel 1713 una nota specifica che furono impiegati uomini provenienti da Giampilieri, fatto questo che probabilmente si spiega con l’impoverimento delle risorse umane a seguito dell’emigrazione della mano d’opera specializzata, dopo la repressione della rivolta anti-spagnola del 1674-78.  Fra le righe di questi vecchi registri, così vicini all’ordinaria vita della comunità,    scandita da ritmi consuetudinari,  ma coinvolta anche nei grandi eventi della storia,     può capitare infine di ritrovare tracce del riemergere di antiche paure,   come quella del pericolo mussulmano.

 Nel 1755 il convento di Monalla dovette subire un’incursione piratesca, frequenti ancora in questo periodo, poiché in tale anno nel libro d’esito si registra un contributo in aggiuto al convento disfatto da Turchi”.Ma ricordiamo anche a tal proposito che nel convento, probabilmente dopo i monaci basiliani, erano subentrati i cappuccini, e sebbene non sia documentato un suo intervento diretto,il Bessarione anche ai francescani fu molto vicino  per il comune impegno in tutela del patrimonio librario.  Così, nonostante non si fosse mai realizzato l’accordo per liberare Costantinopoli,  l’appello alla solidarietà risultò dunque qui, ancora una volta, un formidabile collante sociale, allo stesso modo la ricorrenza di ogni giubileo rappresentò un ideale unitario   verso il quale conversero sia l’espressione liturgica che quella artistica,     quali fattori di un altrettanto forte potere aggregante. 

capitelloRimane comunque misterioso un altro simbolo di questa presenza della Chiesa nella Storia, un’iscrizione incisa sopra un capitello nella navata destra della chiesa, iscrizione per la quale é stata proposta una lettura, come data, ma che ritengo rimanga ancora un segno da decifrare.

 

 

 

 

 

 

 

Così vorrei chiudere il nostro incontro con quest’ultimo enigma, tuttora irrisolto,  ma anche con un’ipotesi che potrebbe dare coerenza a un puzzle storico dalle molte tessere mancanti, un’ipotesi che ricondurrebbe a quel mondo di umanisti, artisti, re, imperatori e papi che abbiamo rievocato, ed in particolare al contesto dominato dalla personalità del cardinale Bessarione, probabilmente ancora vivo all’epoca della redazione del famoso privilegio scomparso:

 privilegio

 e se fosse l’abbreviatura di “”IUBILEO BESSARIO BASILIANUS IUSSIT “”?

 

Questa, per quanto suggestiva, è  solo, ripeto, un’ipotesi, e aggiungerei adatta piuttosto ad una soluzione narrativa o cinematografica  per questa storia affascinante, ma non verificata né forse verificabile.  

È pur vero tuttavia che per fare storia, per amare la nostra storia,  e far parlar di nuovo la carta e le pietre,

 

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