SANTA SOFIA: DEVOZIONE E RICCHEZZA A ZAFFARIA



Nel nostro precedente incontro abbiamo rievocato illustri personaggi e grandi eventi della storia, e nell’ambito dei rapporti fra Oriente ed Occidente abbiamo rivisto il ruolo che svolse il culto di santa Sofia.

Ma la devozione alla santa di Costantinopoli fu presente anche nella vita ordinaria degli abitanti del casale, con testimonianze custodite ancora oggi fra le carte dell’archivio.

Attraverso i registri parrocchiali, in cui sono segnate le nascite, i matrimoni e le morti, attraverso cioè eventi consueti e dati ripetitivi, gli uomini comuni fanno il loro ingresso nella cosiddetta microstoria,

e il culto di santa Sofia emerge come catalizzatore dei rapporti sociali.

Da una ricerca seriale condotta nell’archivio parrocchiale risulta, infatti, ricorrente l’imposizione del nome Sofia,e fra le più antiche registrazioni di nascita è documentata quella di Sofia Cianciafara,

figlia di Nicolao e Caterinella.

Il rapporto fra l’istituzione religiosa e i fedeli si ricostruisce anche nella misura in cui questi lasciavano legati testamentari a favore della cappella di S. Sofia, disponevano la propria sepoltura nella cripta a lei dedicata, stipulavano atti di donazione e scritture per la gestione di beni immobili o nell’ambito finanziario.

Così, a dimostrazione della persistenza del culto, si fanno sempre più frequenti le disposizioni di sepoltura nel sepolcro di S. Sofia da parte dei membri di molte famiglie di Zaffaria, come i Grioli, gli Scopelliti, i Pandolfino, i Puleio, i Tornesi, i De Luca, ed in particolare, nell’ ‘800, ricorrono numerose le registrazioni dei Grano e dei Cianciafara.

Attraverso testamenti e donazioni a favore della chiesa si operava inoltre la trasposizione, su un piano superiore, della ricchezza stessa, irrimediabilmente peritura, invece, nella considerazione della vita individuale.

Il dono di parati sacri, resi preziosi dal tessuto serico e da ricami con filati d’oro, argento, coralli e pietre preziose, costituiva pertanto un’occasione di gara per la capacità economica delle famiglie aristocratiche, mentre il documento ne estendeva la memoria in perpetuum.

Ricordiamo così il dono della cappa magna di molla bianca ricamata per la quale si spesero onze 20, anticipati alla chiesa dalli sig.ri fratelli Cianciafara,

mentre, come si legge nel registro, il frinzone d’oro al cappuccio della suddetta cappa fu regalata dal rev.do sac. don Santo Grano, e dal sig. don Michelangelo Cianciafara.

Ma l’impegno finanziario dell’aristocrazia si integrava talvolta con quello comunitario, e nel contesto religioso, i ceti sociali si univano e si identificavano come collettività.

Così fu in occasione della spesa per la pianeta celeste e violata e per farsi due cammisi di gala, sostenuta con una larga partecipazione anche dai Gregorio, Pandolfino, Grioli, Turnisi, Muscolino, Arena, Raffa, Zaccuni, Guglielmo, Palella, Morabito, e ancora da altre persone devote non nominate.

Purtroppo nulla ci è giunto di questi manufatti se non le note di spesa nei libri d’esito, ma abbiamo la preziosa manta d’argento di S. Sofia a farci immaginare, per analogia, la ricchezza dell’antico corredo perduto.

Fra le manifatture di pregio si distingueva, come è noto, la seta messinese. la seta infatti l’aristocrazia capitalizzava le proprie risorse durante i cosiddetti secoli d’oro precedenti la rivolta anti-spagnola,

la si assegnava in dote e si lasciava in eredità, tanto da costituire una garanzia e il simbolo stesso della prosperità.

L’allevamento del baco da seta del resto si svolgeva in un ambiente che poteva essere facilmente attrezzato nell’ambito di un’economia domestica, ed in un territorio ricco di alberi di gelsi, come quello di Messina e dei suoi casali.

Tantevvero che anche la chiesa di Zaffaria conduceva tale redditizia attività; così risulta, infatti, dalle spese, documentate nel linguaggio tipico del settore, per spini, legna, … per uscir la seta, … per mangiare per li mastri del manganello, … per mastria d’uscitura e filo, … per ricogliere conochie e per carriaggio al manganello.

Inoltre ne derivava vantaggio riscotendo la gabella sull’estrazione della seta nel casale.

Il cappellano curato Andrea Mangano, infatti, attestava in un documento ottocentesco che, avendo esaminato i libri parrocchiali fin dall’anno 1661, l’abbitanti del sopra cennato casale hanno contribuito di dare (cito le espressioni dell’epoca) la solita cannizza per il mantenimento del culto.

Troviamo conferma di ciò nel 1788, quando i rettori della chiesa e gli abitanti del casale eleggono procuratore il marchese Paolo Cianciafara per conseguire il testatico della cosiddetta cannizza seta … ab personis nutricantibus vermines serici, …illis qui non nutricant vermines serici comunque la chiesa riscuoteva tarenos sex aut quatuor secundum vires, statum et conditionem.

Inoltre apprendiamo notizie esatte sulla presenza e ubicazione a Zaffaria dei manganelli, dove il manganellaro tirava il filato dal bufalo, nome siciliano del bozzolo ,poichè i rettori della chiesa stipularono nel 1817 un contratto di enfiteusi per concedere una casa in c.da S. Pietro, confinante (sempre riportando i termini di allora) con li manganelli, casa, condotto, e frischìe dell’acqua corrente delli sig.ri Don Letterio Grano e consorti.

Questi stessi riferimenti ritroviamo nella descrizione di Giulio Filoteo degli Omodei, cronista del ‘500 noto agli studiosi del settore, il quale esponeva, con ricchezza di particolari, il metodo con cui si ricavava la seta da una certa sorte di semenza di vermi di color tra il rosso e il nero, della grandezza del seme del papavero.

Rileggerne il resoconto può far rievocare, a qualcuno dei presenti, antiche usanze locali.

Il ciclo aveva inizio a marzo e si chiudeva intorno a luglio, rinascendo la cosiddetta semenza di anno in anno:

questa semenza dunque … raccolta in una sottilissima pezza di lino si tiene calda …

tra le mammelle delle donne, (così scriveva il Filoteo riferendo una singolare pratica, che non trova però riscontro nei nostri documenti) o pure in altro luogo temperatamente caldo, sin tanto che,

per calore della semenza, nascono certi vermicelli piccolissimi neri, come una punta d’ago, li quali, ponendosi sopra le tenere prime frondi de’ mori, in spazio di dieci giorni crescendo alquanto, mutano pelle; e così di mano in mano sino al mese di giugno mutandosi più volte,… divengono al più della grossezza di un dito umano il più piccolo, di color lustro come oro;

li quali, essendo di questa grandezza e maturi, da per se come l’aragne fanno le fila in alcune frasche, che a questo effetto si pongono, che i siciliani chiamano conocchie, e molte volte, non vi si ponendo a tempo, le fanno ne’ tetti o dove possono,e vi si ravvolgono da se stessi in certe casucce fatte dalle medesime fila a guisa di amandole o noci, donde dopo alcuni giorni di nuovo uscendo con le ale in bianchissimi parpaglioni maschi e femine cangianti, e di nuovo congiungendosi il maschio con la femina, producono la medesima semenza, quale sin all’altra stagione si conserva per lo stesso effetto.

Tuttavia con il passare del tempo la semplice coltivazione del gelso costituì un’attività altrettanto redditizia e meno impegnativa rispetto alla bachicoltura, soprattutto con la crisi della manodopera specializzata dovuta all’emigrazione a seguito della repressione della rivolta, e proprio a questo fenomeno potrebbe ricollegarsi il ricorso da parte della chiesa di Zaffaria a manodopera proveniente da Giampilieri. Il produttore di fronda, infatti, anche qualora si fosse occupato dell’allevamento del baco fino alla vendita dei bozzoli, concedeva la fronda stessa in affitto all’allevatore, il quale lo ripagava pure con parte della seta prodotta.

Nella prima metà del ‘600, quindi, la donazione di alberi di gelso alla chiesa da parte di Giovanni Barberii de flomaria Zaffarie, doveva apparire preziosa.

E ancora di più nel secolo successivo quella del mercante Giuseppe Munagòpreziosa agli occhi di Dio perché a discarico della sua coscienza, per qualche vendita di droghe a caro prezzo, ma preziosa anche per il contesto di recessione, in cui non si pensava più ad investire per ammodernare le tecniche produttive, bensì a tesaurizzare il prodotto, e a salvaguardare la fronda con bandi e ordini che vietavano il taglio dei gelsi.

Sia il ceto medio che la classe aristocratica mostravano dunque di voler sancire il valore della ricchezza come successo sociale e spirituale, e in tale ottica potremmo riconsiderare, infine, la storia della famiglia Lo Campo.

Questa è stata già oggetto di una recente indagine campione, dalla quale è risultato che la loro ascesa nel ‘500 fu legata proprio al territorio di Zaffaria e alla produzione serica, ma, potremmo aggiungere, anche al ruolo svolto dalla chiesa, come mediatrice dei rapporti matrimoniali, patrimoniali, custode delle ultime volontà, e, con il suo archivio, garante della loro durevolezza.

Francesco Lo Campo apparteneva ad una famiglia priva di beni stabili e dedita piuttosto all’usura, ma sposando Isabella Staiti, figlia del nobile Mariano e di Giovanna Balsamo, intraprese una nuova fase della propria vita, trasformandosi in proprietario terriero e imprenditore:

Isabella gli portava infatti in dote un fondo, sito in Zaffaria, del valore di 700 onze, consistente in vigne, case, acqua corrente, ma soprattutto alberi di gelso, e fu esso il nucleo dal quale si sviluppò una vasta proprietà fondiaria.

Ebbene alla sua morte Francesco, raggiunta la massima estensione del patrimonio familiare, dispose un legato in favore della chiesa di Santa Sofia.

Tuttavia sorsero presto controversie sulla gestione dei beni, a cominciare proprio da quella della seta proveniente dai gelsi di Zaffaria, e il patrimonio che i Lo Campo avevano costituito venne ereditato dalla famiglia Piccolo.

Così fu Olivia Piccolo a disporre, nel 1703, un altro legato testamentario a favore della chiesa di S. Sofia, nel quale esprimeva la volontà che lì il suo cadavere dovesse essere seppellito, nel caso in cui la propria morte fosse avvenuta in Zaffaria.

Tali testimonianze, nell’area del sacro come in quella del profano, sono state ricavate, indirettamente, dalle carte appartenenti alla chiesa di S. Nicola, tuttora conservate nell’archivio ad perpetuam memoriam, ma la serie dei volumi della cappella di Santa Sofia è andata interamente perduta, e con essa sicuramente parecchi segni di una dinamica sociale che manifestava ricchezza e devozione in forme spesso intrecciate.

Nei tuoi occhi liquidi come il mare mi immergo,santa sofia volto

come le onde mobili mi prendono,

timidi come un bambino mi aspettano,

come il vento fuggevoli svaniscono,

morbidi sotto le mani, dalla menzogna umana lontani.

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