Privilegio dell’Anno Santo o della Grande Indulgenza



LA CHIESA DI S. NICOLÒ DI MYRA NEL CASALE DI ZAFFERIA.

LA GRANDE INDULGENZA

di Carmelo Micalizzi

Zafferia, borgo a meridione di Messina, uno dei ventisei aldea y casal por la parte de Mediodia elencati tra il 1622 e il 1625 dal regio storiografo Antonino Amico‘, era indicato fino agli inizi del ‘900 con il termine “forìa”.

Con tale nome, oggi desueto,  derivato dal tardo greco Xropì,ov (chorìon/forìon), erano chiamati i numerosi villaggi  della cinta  periurbana di Messina’ e con l’appellativo “furioti”, che utilizzava il tipico suffisso degli etnici di origine greca, i loro abitanti.

Il toponimo Zafferia (Zaffarìa), come propongono Girolamo Caracausi (1993) ,  Giovan Battista Pellegrini (1972) e, più di recente, Lucia Abbate (2008), identifica  anch’ esso un termine della tarda grecità, assimilato dalla lingua araba, indicante  un fitotoponimo, un nome di luogo determinato dalla presenza di una  pianta che segnava la presenza nel territorio della pianta erbacea dello zafferano, “crocus sativus” dai caratteristici fiori violacei e dagli stimmi rossi”,.

Le origini di Zafferia si legano all’arcivescovo Nicolò”, rettore della Chiesa  messinese dal 1166 al 1183, che nel 1176 concesse terreni a quanti fossero andati ad abitare in quella contrada alla sola condizione che corrispondessero un “ terratico” di frumento, orzo, ceci e lino. Da quel primo nucleo di case coloniche  si andò sviluppando il casale. Il territorio tuttavia era già abitato in epoca araba e proverebbe, oltre allo stesso etimo di Zafferia, l’insistenza dei toponimi contrada Monalla che viene ricondotto alla locuzione araba amdn alldh, “la  sicurezza che viene da Dio'”, e della contrada Cuba’.

Al di là delle tracce della topcnomastica storica, che Zafferia fosse già in epoca araba un florido casale si evince in due diplomi normanni, il primo del 1145 e il secondo del 1176.

Aranasio Geromonaco fu eletto nel 1145 da Ruggero II secondo abate dell’ abbazia di San Filippo il Grande o di Vallelonga”. Nell’atto che elenca le dotazioni del monastero, tra i toponimi che segnano le pertinenze del cenobio, si rileva Zafferia:a cura spirituale degli abitanti fu inizialmente sostenuta dal clero greco della regola di san Basilio che vi insediò sia la devozione a san Nicola di Bari con la dedicazione di due chiese a Zafferia e a Pistunina, quest’ultima alla confluenza del torrente con il Dromo, sia i culti prettamente bizantini di Maria Odigitria e di Santa Sofia.

Nella prima metà del ‘600 ai Basiliani subentrarono i Cappuccini che vi rimasero fino al 1866 quando vennero soppresse le corporazioni religiose.

chiesa madreL’antica chiesa di san Nicolò sorgeva su di un poggio prospiciente l’attuale abitato: fondata agli inizi del ‘700 sull’ area di sedime di un più antico edificio religioso, aveva tre navate ed era impreziosita da alcuni altari fastosi per tarsie di marmo policromo. Sull’ architrave del portale maggiore si leggeva :


SANCTAE NICOLAE PROTEGE

INGREDIENTES HUC ANNOMDCLXX

Il sacro edificio, gravemente danneggiato nel sisma del 1908, venne rifondato tra il 1927 e il 1930 sulla sponda opposta del torrente là dove erano stati edificati la gran parte dei caseggiati.

Zafferia è nota per il privilegio dell’Anno Santo che ha caratteristiche molto simili al Giubileo di Roma. Questo particolare evento, che si realizza solo tre volte ogni cento anni, avviene quando il Sabato di Pasqua coincide con la festività – dell’Annunciazione. L’Anno Santo accosta Zafferia a Lione” e a San Giacomo di Compostela”, le uniche due città che ancora oggi godono di una Indulgenza Straordinaria.

Questo privilegio è ricordato da una epigrafe marmorea, staccata dalla chiesa settecentesca e murata su di una parete della sacrestia della nuova parrocchiale, riportante il “Breve” del 9 febbraio 1817 con cui il papa Pio VII confermava “in perpetuo” la concessione dell’Indulgenza plenaria a quanti in quel tempo, visitassero la locale chiesa di san Nicolò:

papa PIO VII


La Festa dell’Annunciazione è una delle maggiori ricorrenze dell’anno liturgico bizantino

. Nella tradizione antica non veniva mai spostata anche se coincideva con il Venerdì o il Sabato Santo o la stessa Pasqua. Quando Domenica di Pasqua cadeva il 25 marzo, il giorno dell’Annunciazione, la festività era chiamata “Kiriopàsca”. Il Typikon del monastero del SS. Salvatore di Messina prescriveva che in questo caso venissero lette entrambe le letture dell’Apostolos  e del Vangelo.

Il Typikon Costantinopolitano del 1838 ha modificato l’antica usanza disponendo che in questi casi la festa venga spostata al secondo giorno della Settimana Santa.

Nella letteratura cristiana il 25 marzo è indicato come giorno che comprende tutti i giorni del tempo nuovo, un giorno che è somma del tempo della Chiesa. Seguendo l’ipotesi che spiega la festività del Natale fissata al 25 dicembre in dipendenza del 25 marzo, i Padri della Chiesa, fin dal tempo di Tertulliano, credevano che questo giorno, equinozio di primavera, segnasse l’inizio della creazione del mondo e dell’uomo; perciò era ritenuto come data simbolica del concepimento del Verbo di Dio: il Signore si sarebbe incarnato e sarebbe anche morto il 25 marzo. La festa tuttavia cadeva in Quaresima, tempo in cui per la Chiesa antica era vietato celebrare qualsiasi solennità.

Per l’Occidente la difficoltà fu affrontata nel concilio di Toledo (656); in Oriente invece il concilio Trullano (692) stabilì che in Quaresima si sarebbe fatta un’eccezione per l’Annunciazione senza trasferirla, anche se cadeva il Venerdì o il Sabato Santo.

La Grande Indulgenza di Zafferia ha radici storiche incerte.

Un importante reperto che la riguarda è una lastra di rame incisa, trovata negli anni ’70 del secolo scorso tra gli incartamenti dell’ archivio parrocchiale, raffigurante santa Sofia

Il clichè, che riporta in basso la scritta S: Sophia ora pro no bis. Mattheus Scardamaglia sculpsit in Anno Santo 1690, era utilizzato per la stampa di fogli devozionali!”.

S. Sofia

La santa vi è delineata con tratti popolari e nei canoni della tradizione che la descrive nelle vesti di una giovane donna avvolta in un lungo peplo Coronata da due angioletti regge con la mano sinistra un libro che è il simbolo di quella Sapienza che spiega il suo stesso nome, e con la mano destra la palma del martirio L’incisione, tratteggiata con eleganza e grazia su di uno sfondo campestre punteggiato da sparsi caseggiati e chiese, torrette e campanili, non ha nulla meno delle analoghe incisioni devozionali che caratterizzano l’iconografia religiosa del ‘600 messinese e tra queste buona parte delle stampe che compendiano l’Iconologia del gesuita Placido Samperi, pubblicata quasi un cinquantennio prima.

Allo stesso periodo sono da ricondurre tre atti custoditi presso lo stesso archivio parrocchiale: il primo è del 1661, anno in cui nel libro mastro degli introiti e delle uscite è annotata una spesa per l’officiali per il Giubileo; il secondo è del 1687 e consiste anch’esso in una nota di spesa per circari li anno santo in cui il circari intende il “questuare” per l’Anno Santo; il terzo è del 1690, anno che data la lastra raffigurante santa Sofia, e fa riferimento a spese avvenute in Roma per circari l’indulgenza, dicitura che si incontra altre volte e in circostanze lontane dalle canoniche date giubilari.

La data più antica legata al privilegio della chiesa di Zafferia è pertanto il 1661, ma si è dell’ avviso che, per l’assenza di enfasi nelle note di spesa relative ai Giubilei che palesa l’ovvietà della cerca e per la presenza, negli anni successivi, di un programma di raccolta delle oblazioni, la datazione del privilegio dovrebbe essere ben più antica.

Il momento iniziale della Grande Indulgenza di Zafferia, secondo la tradizione, rimanda ad un evento avvenuto tra il XIV e il XVI secolo.

Si adducono tre diverse circostanze in cui, alla variabilità temporale, è legata una identica trama: un papa che si ammala gravemente e un medico di Messina che lo cura e lo guarisce rifiutando ogni compenso.

Per questo motivo il medico è beneficiato con la concessione alla chiesa della sua contrada di una Indulgenza Straordinaria, per molti versi simile a quella dei Giubilei di Roma. La collocazione temporale di questo evento si orienta in tre possibili momenti che la tradizione pone sotto i pontificati di Urbano VI (1378-1389) o di Sisto IV (1471-1484) o di Paolo III (1534 -1549).

Urbano VI, al secolo Bartolomeo Prignano (1318-1389), è il papa che pose termine al papato avignonese riportandolo a Roma. Per sfuggire ad una congiura il pontefice andò peregrinando fino al settembre 1388, anno della restaurazione romana.

In tale peripezie, capitò che si rifugiasse dal 27 al 29 agosto 1385 in un monastero basiliano nei pressi di Messina in condizioni di tale indigenza da essere costretto ad impegnare anche gli arredi sacri al suo seguito. Ammalatosi e in pericolo di vita venne guarito da un medico di Zafferia.

Come ricompensa delle cure ricevute e in segno di devozione alla Madonna a cui si era rivolto con fervide preghiere Urbano VI concesse che nella chiesa di quel casale si potesse celebrare un Giubileo straordinario ogni qual volta il Sabato Santo coincideva con il 25 marzo, giorno dedicato all’Annunciazione del Signore.

Ristabilita la cattedra di Roma, il pontefice avrebbe ufficializzato con una Bolla il Giubileo di Zafferia e subito dopo indetto il Giubileo romano, il terzo della storia, che a causa della sua morte
venne celebrato l’anno successivo da Bonifacio IX.

effige Marfia Odigitria

Lipotesi che vede artefice del Giubileo di Zafferia Paolo II, nato Alessandro Farnese (1468-1549), è legata ad una memoria – una fragile prova testimoniale – conservata nell’archivio parrocchiale della chiesa di san Nicolò.

Vi si narra come nel 1815, essendosi maldestramente persa ogni documentazione che attestava la storicità dell’Anno Santo, il cappellano don Franco Cifalà di Guidomandri, nell’intento di trovare tracce sulle origini dell’Indulgenza, si rivolse all’ archivista della Curia.

Da lì a qualche mese incontrandosi il Cifalà e l’archivista per strada nei pressi di piazza Duomo, questi gli avrebbe detto'”: Padre Cappellano, state allegramente, che ritrovai le lettere osservatoriali per l’Anno Santo di Zaffaria spedite nel governo di Paolo III. Ho faticato molto perché i registri di quel tempo non solo non hanno alfabeto, ma il carattere per le persone non pratiche è illeggibile. Onde io attendo un ben degno complimento per tale fatiga.

L’Anno Santo del 1815, per l’assenza di documentazione, non si potè tuttavia celebrare. Tra i testimoni chiamati a deporre sulle celebrazioni di precedenti giubilei si presentarono anche i sindaci di Reggio Calabria e di Seminara oltre a numerose persone di Scilla. Dopo ripetuti interventi presso il priore della Curia Gaetano Grano, presso l’arcivescovo di Messina Gaetano Maria Garrasi, e presso il vicario generale monsignore Averna, i rettori della chiesa parrocchiale di san Nicolò, don Santo Tornese e don Angelo Albanese assieme al “capogente”di Zafferia Francesco Pandolfino in rappresentanza del comitato cittadino, ricorsero al Duca di Gualtieri che risiedendo a Palermo ottenne udienza da Ferdinando IV, in ‘quei mesi nel capoluogo siciliano in attesa che Gioacchino Murat lasciasse Napoli. Il monarca si pronunciò che si facesse intesa la S. Sede affinché non si deperdesse in Sicilia un sì grande e singolare privilegio. Con “Breve” del 20 agosto 1816, Pio VII concesse infine ‘Indulgenza plenaria per sei mesi, ribadita il 28 gennaio 1817 dalla Sacra Congregazione delle Indulgenze come pubblicato in quei giorni dalla «Gazzetta di Messinas”.

Un ulteriore “Breve” papale del 4 marzo 1817 confermò semel in anno e ad perpetuam rei memoriam !’Indulgenza primaria ai pellegrini che visitavano la chiesa parrocchiale.
Infine il 14 febbraio 1819 l’arcivescovo Antonino Maria Trigona, successore di Garrasi fece la partecipazione al cappellano curato della chiesa di Zafferia [di potere fruire in quella cinquantenaria ricorrenza e per l’intero spazio di un anno, dell’indulgenza plenaria], la quale fu accolta con la più manifesta esultanza da tutta quella brava popolazione rurale. Così riporta Gaetano Oliva”:
I documenti che legittimavano questa consuetudine mancando affatto negli archivi della Curia Arcivescovile, all’approssimarsi di un tale avvenimento, volle l’autorità diocesana che fosse rivestito della debita approvazione della Santa Sede; onde a questa ne fece le sue supplicazioni; e la Sacra Penitenzieria, in data del 2 febbraio dello stesso anno, accordarono in perpetuo la chiesta grazia di potere fruire il casale di Zafferia in quella cinquantenaria ricorrenza, per l’intero spazio di un anno, l’indulgenza plenaria, applicabile anche alle anime del Purgatorio, da lucrarsi per una sola volta da ciascun fedele in forma di giubileo, cioè, con la facoltà ai confessori di assolvere dai casi riserbati.
Il 14 febbraio 1819 l’arcivescovo monsignore Trigona ne fece la partecipazione al cappellano curato della chiesa di Zafferia, la quale fu accolta con la più manifesta esultanza da tutta quella brava popolazione rurale (ved. Docurnenri.al lib. I, n. 21).

Per antica tradizione, allorché coincideva la festa della SS. Annunziata nel giorno del Sabato Santo, nella chiesa parrocchiale del casale di Zafferia, pertinenza della città di Messina, per un anno continuo soleasi celebrare l’anno Santo con la comunicazione delle indulgenze plenarie in forma di giubileo.

Concessione di poter lucrare in ogni cinquantennio l’indulgenza plenaria, fatta dalla Santa Sede al Casale di Zafferia.

Dilecro nobis in Cristo filio Cappellano Curato Venerabilis Ecclesiae Ruris Zaffariae sub tirulo S. Nicolai Ep: Bar: salutern in Domino sempiternam.
Placuit Sanctitatis Suae Pio septimo Pontifici Maxirno ad petirionern Archìepìscopi Messanensis Praedecessoris nostri Pr: Cajetani M. Garrasi et. Monemus Christi fideles qui hoc magnum jubileum lucrare voluerint, uru debeanr visitare Ecclesiam praedicram, si fuerint Incolae Ruris praedicti per quindecim vices, diversis diebus; si vero Exteri per tres vices etiam in eadem die, er in qualunque visitarione dicrae Ecclesiae, devote recitare juxta mantérn Supremi Ponrificis quinque Orariones Dominicales, et tutidern salutationes angelicas ere. ere.
Concedimus eisdem Confessariis, et Cappellano facu!ratem commurandi opera injucta visitandae Ecclesiae per quindecim dies, in alia quae viderinr esse proportionata possibilirari dictarum Incolarum Infirmarum.
Dar: Messane ex nostro Archiepiscopali Palario die 14 februarij 1819.

Anroninus M. Trigona Archiepiscopus Messanensis.





La tradizione della Grande Indulgenza di Zafferia, nella strutturazione parerniologica consueta di quelle letture popolari (talora anche colte) volte a colmare lacune temporali e narrative di un evento che altrimenti avrebbe difficoltà ad essere compreso, riconduce in maniera convincente, in terza ipotesi, alle persone del papa Sisto IV e del nobile messinese Giovanni Filippo de Lignamine.

Sisto IV, al secolo Francesco della Rovere (1414-1484), francescano dell’Ordine dei Frati Minori, sale al soglio pontificio il 9 agosto 1471, dopo la morte di Paolo II, prendendo il nome di Sisro dal santo del giorno in cui iniziò il conclave.
Fu un papa arcigno e severo ma grande devoto della Vergine Maria.

La straordinaria reverenza che portò alla Madonna è testimoniata da diverse memorie storiche che si vogliono brevemente ricordare.

Nel 1472 il pontefice introduce la festa della Presentazione della Vergine e, tre anni dopo, nel corso del VII Giubileo, estende a tutta la Chiesa la festa , della Visitazione.

L’anno successivo introduce la festività dell’Immacolata Concezione celebrata dai fancescani fin dal 1263 ed energicamente avversata dai Domenicani.

Il dogma dell’Immacolata Concezione verrà ufficialmente accolto solo nel 1854.

Per l’Anno Santo del 1475 venne ultimata Santa Maria del Popolo, la prima delle chiese dedicate alla Madonna, i cui lavori erano iniziati appena tre anni prima.

Situata in posizione ben visibile, Santa Maria del Popolo era la prima chiesa che i pellegrini incontravano entrando a Roma dalla Porta del Popolo. Sisto N diede inoltre inizio ai lavori della Cappella Sistina dedicandola al trionfo del dogma dell’Immacolata Concezione.

La devozione mariana di Sisto IV è testimoniata anche dalla edificazione in Roma della chiesa di Santa Maria della Pace e dall’ abbellimento dei santuari mariani di Loreto e di Genazzano.

Venne altresì consacrata la festività di san Giuseppe, sposo di Maria.

Un rapido profilo storico di Sisto N vede questo papa coinvolto in guerre ed intrighi e responsabile, almeno moralmente, di avere appoggiato il piano espansionistico programmato dai suoi “familiari”, tra questi soprattutto Pietro Riario e Giuliano della Rovere, il futuro Giulio II, protetti dal suo acceso nepotismo.

Una delle più drammatiche conseguenze fu nel 1478 la congiura dei Pazzi ordita contro i Medici che lo costrinse ad una· ingloriosa guerra contro Firenze.-

Per festeggiare la sua elezione Sisto IV invitò i cardinali ad un sontuoso banchetto e concesse loro di visitare il tesoro che Paolo II aveva accumulato nei forzieri destinandolo alla guerra contro i Turchi. Vi erano, tra l’altro, 54 coppe d’argento tempestate di perle
e stimate 300.000 ducati; pietre preziose per un valore di 300.000 ducati, vi si trovavano inoltre depositi di molte centinaia di migliaia di ducati in oro. Le continue guerre, gli intrighi e le generose elargizioni ai parenti e ai dignitari amici, dilapidarono in fretta quel patrimonio che doveva essere impiegato contro i Turchi. Ma, al di là di tutto ciò, a questo papa si attribuisce senza dubbio un gran merito come restauratore di Roma che trasformò in città rinascimentale arricchendola di molti monumenti e preziose opere d’arte e ristrutturando, sotto la guida di Leon Battista Alberti, la sua rete viaria.

Per suo volere vennero a Roma artisti che diverranno i più importanti del tempo, come Botticelli, Mantegna, Perugino, Pinturicchio, che decorarono la cappella che porta il suo nome, la cappella Sistina.

Nel 1475 si celebrò il settimo Giubileo: preannunciato da Paolo II nel 1472 con la Bolla lneffabili Providentia venne indetto da Sisto IV con la Bolla Salvator Noster.
Queste due Bolle d’indizione, con testo bilingue in latino e in “volgare”, costituiscono nella storia dei Giubilei i primi documenti pontifici a stampa, come a stampa furono le istruzioni per i pellegrini e le preghiere da recitare nei luoghi sacri.
Il 25 marzo 1475 era Sabato Santo, alla mezzanotte tutte le campane di Roma suonarono a festa la Pasqua segnando l’inizio del VII Giubileo.
È così comprensibile come il Giubileo di Zafferia, legato al binomio festività dell’Annunciazione-Sabato Santo, possa essere ricondotto a quel Giubileo romano, il settimo della storia, che prendeva avvio negli stessi momenti.
Tale connessione è di suggestivo significato se si prende atto che nell’ arco di settecento
Giovanni Filippo de Lignamine, talora trascritto Del Legname, La Legname,  a volte latinizzato in Johannes Philippus de Lignamine, fu il primo editore italiano dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, il quarto tra gli stampatori italiani dopo Simone Cordella, Oliviero Servio e Pietro della Torre ad esercitare l’arte tipografica nell’ultimo quarto del secolo xv, e il terzo a stabilirsi a Roma dopo i due monaci Konrad Sweynheim e Arnold Pannartz, provenienri da Subiaco.
Che sia stato medico, come sostenuto dai suoi primi biografi, resta tutt’ ora  nebbioso.
La più recente critica storica è dell’ avviso che non lo sia stato. Più avanti si cercherà di compendiare le motivazioni per le quali sia stato ritenuto medico e quelle che hanno permesso di non considerarlo tale.
De Lignamine, nato a Messina nel 1430 dopo aver qui seguito i primi studi umanistici, si trasferì a Napoli alla corte di Alfonso il Magnanimo. Ventenne ricevette da questi l’incarico di riscuotere i cosiddetti “fasciola” nel territorio delle Puglie, una sorta di gabella che i sudditi dovevano sborsare per la nascita di un principe, in quella circostanza Alfonso primogenito del duca di Calabria. Furono questi gli anni della sua formazione letteraria nell’ ambito della quale frequentò gli umanisti di cui re Alfonso si era circondato e, tra questi, certamente Lorenzo Valla.
Non si hanno notizie intorno ad un suo matrimonio né del nome della sua consorte.
Intorno al 1470, Giovanni Filippo de Lignamine si trasferì a Roma mentre era papa Paolo IL Svolse diversi incarichi presso questo pontefice che lo fregiò del titolo onorifico di Scudiero. Ebbe ruoli diplomatici nell’ alleanza tra la casa di Aragona e il papato poi suggellata dal matrimonio di un nipote del cardinale Francesco della Rovere con la figlia del re di Napoli; nel passaggio per Roma di Eleonora d’Aragona che andava sposa ad Ercole d’Este; nel viaggio di Ferrante d’Aragona a Roma nel Giubileo del 1475; nell’elezione a cardinale di Giovanni d’Aragona; nella consegna, nel 1477, al me cenate Ludovico Gonzaga marchese di Mantova della cosiddetta ‘rosa d’oro’, ambito riconoscimento per la sua attivi-
tà diplomatica mirante a stabilire equilibrio tra Milano e Venezia, tra i Visconti e gli Sforza. Nei primi anni romani frequentò il cardinale di S. Pietro in Vincoli Francesco della Rovere il quale nel 1471 divenne papa con il nome di Sisto IV.
Nel 1483 de Lignamine ricevette da questo pontefice l’ultimo incarico ufficiale di cui siamo a conoscenza, ovvero la nomina a commissario apostolico in Sicilia e nelle isole vicine per la raccolta delle decime per la crociata contro i Turchi che minacciavano le coste orientali dell’isola. In questa circostanza Sisto IV lo munì di lettere di presentazione ai vescovi siciliani. Morto il papa, suo massimo protettore, lasciò Roma andando al servizio del re di Spagna Ferdinando il Cattolico.
L’ultima notizia sul suo conto risale al 1491, quando scrisse dalla Spagna : al vescovo Giuliano Dati una lettera in cui lo preg-ava di comporre in volgare, traducendolo dal latino, un poemetto sulla scoperta delle isole Canarie da parte di  Cristoforo Colombo, che verrà pubblicato a Firenze nel 1495. Si sconosce l’anno della sua morte erroneamente indicata dall’Ortolani avvenuta a Roma nel 1527.
È di rilevanza storica la sua opera di editore e di tipografo. Dà alle stampe trattati di medicina:
anni, dal primo Giubileo celebrato nel 1300 da Bonifacio VIII al ventiseiesimo celebrato nel 2000 da Giovanni Paolo II, il 1475 è l’unica data in cui l’Anno Santo romano cade il 25 marzo.
Questa tradizione identifica il beneficiario della concessione papale nel messinese de Lignamine, figura di rilievo nel contesto del primo Rinascimento italiano.
Fu legato di Paolo II, Sisto Iv, Innocenzo VIII e Alessandro VI, di Alfonso il Magnanimo e del figlio di questi Ferrante d’Aragona e, negli ultimi anni della sua vita, in Spagna, sempre con funzioni diplomatiche, presso il re Ferdinando il Cattolico.
Ebbe tuttavia due figli che avviò alla carriera ecclesiastica: Angela che divenne badessa del monastero di santa Chiara a Messina”, e Antonio, abate dapprima di S. Angelo di Brolo (1486) e di Santa Maria di Gala, arcidiacono a Siracusa (1517) e infine arcivescovo di Messina dal 1513 al 1537, figura di grande rilievo nella prima metà del ‘500 il “secolo d’oro” della città dello Stretto.

De conservatione sanitatis di Benedetto da Norcia (1475), De remediis venenorum di Pietro Abano (1475) e l’Herbarium Apulei Platonici ad Marcum Agrippam (1478-1482); la biografia di Ferrante d’Aragona da lui stesso scritta con dedica a Sisto IV, Inc/yti Ferdinandi regis vita et laudes a Iohanne Pbilippo de Lignamine Mesanensi ad Sixtum IV Pont. Max. (1472); De elegantiae linguae latinae di Lorenzo Valla (1471); la Historia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea con sua dedica a Guglielmo d’Estouteville (1476); De XII Caesarum vitis libri XII di Svetonio (1470); le Institutionurn ratoriarum libri XII (1470);  l’ Oratio di Bernardo Giustiniano; il De immortalitate animae di lacopo Canfaro (1472); il Pungilingua di Domenico Cavalca (1472); il De sanguine Christi, il De potentia Dei (1472) e il De foturis contingentibus di Sisto IV (1473); lo Speculum di Roderico (1473). Nel quadriennio 1480-1483 si collocano le sue ultime edizioni:l’Oratio di Margarit (1481) e l’Epistola Errico Istittore (1483).

Tutti i suoi testi furono stampati in latino ad eccezione di due in volgare:

Della preparazione alla morte di Bartolomeo Maraschi (1473) e Sonetti e canzoni del chiarissimo poeta Francesco Petrarca (1473).

Oltre alla biografia di re Ferrante, il de Lignamine fu autore di un opuscolo sulle donne famose, De illustribus mulieribus, mentre controversa è l’attribuizione della Continuatio Chronici Ricobaldini ab anno 1316 sostenuta da alcuni suoi biografi (G. B. De Grossis, A. Mongitore, P.A. Orlandi, V Capialbi), mentre da altri ne è ritenuto solamente l’editore”.

Giovanni Filippo de Lignamine, impegnandosi talora in prima persona nelle costose imprese di stampa della sua tipografia, fu spesso sopraffatto dai debiti contratti con i fornitori del materiale di stampa e con i suoi dipendenti.

Vi è documentazione su come sia stato aiutato da Sisto IV che nel 1472 lo provvSi diceva come vi sia una grande incertezza se il de Lignamine sia stato o meno medico. Tra i primi biografi, Prospero Mandosio autore dell’ opera Degli Archiatri Pontifici (1784)25, lo dichiara tale forse prendendo spunto da alcune sue stampe di argomento sanitario: i citati De conservationes sanitatis di Benedetto da Norcia, il De remediis venenorum di Pietro Abano e l’Herbarium di Apuleio.

Tale opinione è stata sostenuta da Giuseppe Emanuele Ortolani (1817)26, riproposta ai primi del ‘900 da Bartolomeo Capasso” che lo descrive un non ignobile medico e autorevolmente ribadita di recente (Santi Correnti, Domenico Ligresti, Carmen Salvo)”.

Il primo ad affermare che i1 de Lignamine non sia stato medico è lo storico e archivista vaticano Gaetano Marini29.

Questo giudizio fu condiviso nella prima metà dell’ ‘800 dall’erudito calabrese Vito Capialbr”. Più di recente anche lo storico Ernesto Pontieri ha negato che il de Lignamine fosse medico dimostrando gli errori in cui era incorso chi lo aveva descritto tale”.

I suoi biografi pare comunque che non abbiano soppesato che il titolo universitario da lui conseguito forse a Catania'”, o a Napoli o a Perugia, fosse in Arti e Medicina, una laurea che compendiava oltre le discipline filosofiche e storiche anche la medicina e la chirurgia; potrebbe pertanto Giovanni Filippo de Lignamine avere conseguito il titolo di medico pur non esercitando tale professione, emergendo nelle sue prime imprese tipografiche sparse conoscenze sull’ arte sanitaria.ede di un salvacondotto che potesse soddisfare i ereditari, e da Ferrante d’Aragona che nel 1476 gli concesse un guidatico per i debiti Contratti fuori dal suo Regno.

E’ certo che Bessarione abbia più volte visitato i cenobi di Messina e dei suoi suburbi anche se è da più parti accettato (e non poteva essere altrimenti) che nella sua opera pastorale sia stato supplito da più prelati.

L’Anno Santo di Zafferia riverberebbe in tal senso uno degli estremi aneliti alla unità cattolica e ortodossa cercata per tutta la prima parte del XU secolo, perseguita anche dopo la caduta di Bisanzio e a cui si dedicarono ben tre concili: a Basilea, a Ferrara e a Firenze. Di tali eventi sarebbe stata partecipe la chiesa di Zafferia dedicata ai culti di san Nicola, Maria Odigitria e santa Sofia, ricadente nel territorio di giurisdizione del monastero di san Filippo il Grande e nei pressi del vetusto
ceno bio basiliano di santa Maria di Mili.


Nell’ antica chiesa di Zafferia, sul prospetto interno dell’ architrave della navata di sinistra, al suo centro e, non casualmente, nella giusta rispondenza della Porta Santa, è ancora leggibile l’epigrafe, in caratteri aldini, “I B B I”, forse trascritta da chi restaurò nel ‘700 il sacro edificio, sopravvissuta ai crolli causati dal sisma del 1908 e alla successiva incuria.
Nella contrapposta architrave, al centro del rifascio della navata di destra, oggi completamente crollata, è probabile che ci fosse un’altra iscrizione che ne integrava il significato.

Si è dell’avviso che tale iscrizione, esclusa una datazione in lettere greche o in lettere romane, configuri un acronimo legato alla persona di Bessarione e al privilegio dell’Anno Santo. Lacronimo “I B B I” velerebbe l’iscrizione “Iohannes Basilius Bessarion Instruxit”, “Giovanni Basilio Bessarione Fondò?”,

chiesa antica

Zafferia, antica chiesa di S. Nicolò,
particolare archiretronico con l’iscrizione IBBI))
ELENCO DEGLI ANNI SANTI DI ZAFFERIA
xv Secolo
I Anno Santo – 1475 Sabato Santo 25 marzo
I! Anno Santo – 1486 Sabato Santo 25 marzo
III Anno Santo – 1497 Sabato Santo 25 marzo
XVII Secolo
VII Anno Santo – 1606 Sabato Santo 25 marzo
VIII Anno Santo – 1617 Sabato Santo 25 marzo
XVI Secolo
IV Anno Santo – 1559 Sabato Santo 25 marzo
V Anno Santo – 1570 Sabato Santo 25 marzo
VI Anno Santo – 1581 Sabato Santo 25 marzo
XVIII Secolo
X Anno Santo – 1758 Sabato Santo 25 marzo
Xl Anno Santo – 1769 Sabato Santo 25 marzo
IX Anno Santo – 1690 Sabato Santo 25 marzo XlI Anno Santo – 1780 Sabato Santo 25 marzo
XIX Secolo
xx Secolo
XlI! Anno Santo – 1815 Sabato Santo 25 marzo XVI Anno Santo -1967 Sabato Santo 25 marzo

XIV Anno Santo – 1826 Sabato Santo 25 marzo XVII Anno Santo – 1978 Sabato Sanro 25 marzo

XV Anno Sanro – 1837 Sabato Santo 25 marzo XVIII Anno Santo – 1989 Sabato Santo 25 marzo

Gli Anni Santi del XXI secolo si celebreranno nel 2062, nel 2073 e nel 2084.

Dal prospetto si rileva come in ogni secolo si siano celebrati tre Anni Santi con
cadenza di undici anni. Unica eccezione si riscontra nel secolo XVII in cui dopo
quello del 1606 e quello del 1617 il successivo Anno Santo non è caduto nel 1628
ma nel 1690.

CERIMONIA DAPERTURA
DELLA POR
TA SANTA NELEANNO 1817

Nell’archivio parrocchiale della chiesa di san Nicolò di Zafferia, al regesto degli atti dell’ anno 1817, è conservato un manoscritto con il programma della cerimonia d’apertura dell’Anno Santo.Questo Giubileo, che avrebbe dovuto prendere inizio il 25 marzo 1815, per le peripezie accennate nel testo, si celebrò ne11817, parroci don Santo Tornese e don Angelo Albanese, giusta il privilegio e grazia del Romano Pontefice Pio Settimo regnante, accordato come si vede nella sua bolla data nel giornoCeremonia da praticarsi nell’apertura dell’Anno Santo nella Parrocchiale Chiesa di S. Nicolò Arcivescovo di Mira del Casale di Zaffaria quando incontrerà il giorno festivo della Santissima Annunziata in quell’Anno ed anni susseguenti giusta il privilegio e Grazia del Romano Pontefice Pio Settimo Regnante, acordato come si vede nella sua Bolla data nel giorno 28 gennaro dell’Anno 1817.

Precederanno tre giorni innanti dell’ apertura de! suddetto Anno Santo suoni festivi delle campane tanto della Parrocchiale di S. Nicolò che di tutte le Chiese filiate per tre giorni festivi seguenti come un invito a tutti li fedeli al prossimo invito d’Anno Santo.

Ne! giorno dunque destinato dell’Apertura del suddetto Anno Santo, ed Apertura della Porta Santa il Cappellano o altra persona celebrante con Cappa Magna e suoi Ministri, Diacono, Subdiacono ed altri Presbiteri e Chierichi portando l’Incensiere e Navette si porteranno all’Altare Maggiore magnificamente apparato, ove genuflessi si esponerà il Santissimo Sacramento e incenzato intuonerà il Veni Creator Spirirus quale s’accompagnerà al Canto Solenne di tutto il Coro di Sacerdori e Chierici [ … ].

E portando un Cereo acceso nella mano si darà principio alla processione ordinatamente ed uscendo dalla Porta Maggiore della Parrocchiale chiesa si porteranno alla Porta Santa, da dove il Diacono e un Ministro Costituito in dignità gli sarà ministrato un Martello d’Argento addorato quale tenendo nella destra dica il Versetto:

Aprite mihi Portas.

Rispondono li Cantori: Ingressus in eam confùebor Domino .

Ciò detto dona la prima la Prima Martellata.

Poi il suddetto Ministro: Introito in domum suam Domine.
Rispondono li Cantori: Adorabo ad Templum Sanctum in timor tuo.
Ciò detto Dona la Seconda Martellata.

Di nuovo ripete il Ministro: Aperite Portas quondam nobiscum est Dominus.
Rispondono li Cantori: Qui focit uirtutem in Israel.

Ciò detto dona la Terza Martellata e subito consegna al Diacono, o Ministro sostituito in dignità, il Martello.

Intanto s’apre la Porta Santa.

Il Ministro dice: Domine exaudi orationem meam.
Il Coro: Et Clamor Meus ad te ueniat.

Ministro: Dominus Vobiscum

Coro: Et cum Spiritu Tuo. Oremus.

[ … ] Terminata l’Orazione il Ministro presa la Croce nella destra in Asta e colla sinistra il Cereo acceso intona il Te Deum Laudamus ecc …. quale sarà proseguito da cantori, ed entrato nella Porta Santa seguitato da tutti lascia il Cereo acceso e la Croce, e baciati li limiti della Santa Porta si presenta all’Altare Maggiore dove si trova esposto il Divinissimo Sacramento.

Si canta il Pangelingua e si dona la Benedizione Papale. 28 gennaro 1817:00B

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