Monalla



La chiesetta del quartiere di monalla e il quadro della madonna

Notizie storiche

Dal libro  “LODE A MARIA” di P.Santino Gangemi

“Quando, per la prima volta, la tua immagine fu dipinta

dall’annunciatore dei misteri evangelici, Luca

e ti fu portata per essere riconosciuta da te

e per conferire ad essa la potenza di salvare

coloro che ti venerano, tu ti sei rallegrata;

Tu fosti allora come la bocca e la voce dell’immagine.

Come un tempo quando avevi concepito Dio cantasti:

“D’ora in poi tutte le genti mi chiameranno beata”,

così guardano l’icona tu dicesti con potenza:

“La mia grazia e la mia forza sono ora con questa immagine”.

E noi crediamo veramente che tu hai detto questo,

o nostra Sovrana, e che tu sei con noi in questa immagine”.

Così il contacio nella festa dell’Incontro dell’icona della Madre di Dio Vladimirskja, iscritta nel calendario della Chiesa di Mosca al 26 di Agosto.

Ma la tradizione delle popolazione delle nostre Chiese continua il dialogo iniziato agli albori dell’annunzio evangelico nella Sicilia che, a buona ragione, viene denominata terra di Maria.

L’immagine indica all’uomo, che è sulla via, l’amore della persona raffigurata.

La tradizione iconografica bizantina ci presenta, quasi in un tutt’uno, il mistero del Figlio e della Madre che “obbedendo divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano” (S. Ireneo Adv. Haer. III, 22, 4).

Quando l’umile gente quasi in dialogo con la persona da cui sa di essere amata, va oltre l’immagine e raggiunge, per la potenza dell’amore, l’intimità, che dà forza e coraggio di affrontare con serenità ogni difficoltà.

La potenza di Dio, impetrata dalla fede, ancorata nel Suo amore, opera il miracolo.

Non desterà meraviglia che, dinnanzi alla bellezza dell’immagine, il credente che si ritiene beneficiario di un favore divino la possa anche ritenere e chiamare quasi non dipinta da mano umana.

Colei che è Tutta Santa è anche “Bedda Matri” e il credente come il figlio può dire: “più la guardo e più mi sembra bella” (E. De Amicis).

Pertanto “Maria, perché Madre santissima di Dio, che prese parte ai misteri di Cristo, per grazia di Dio esaltata, dopo il figlio, sopra tutti gli angeli e gli uomini, viene dalla Chiesa giustamente onorata con culto speciale”. (L.G. 66).

“Se Cristo è la vita dell’uomo, Maria ne è la Guida sicura” (Giovanni Paolo II. Orte 17-IX-87).

La mano che indica Gesù (cara all’iconografia bizantina) ci invita a contemplare che Lei, la Madre, “mentre viene predicata e onorata chiama i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all’amore del Padre” (L.G.. 65).

Festa di S. Matteo 1989.

Giuseppe Sciglio – Sacerdote

Cronistoria della Chiesa e del culto della Madona dell’Itria a Zafferia.

La parrocchia di San Nicolò di Bari in Zafferia, comune di Messina, sulla litoranea Jonica, nonostante i sinistri del tempo e della storia, ha saputo mirabilmente custodire il proprio patrimonio di fede e di cultura, che spalanca i suoi confini ad un fraterno abbraccio con le vicine terre dell’oriente cristiano.

In questo minuscolo lembo di terra, che deve il suo esistere alla liberalità dell’Arcivescovo Nicola, che nel 1176, seguendo una linea comune in quel tempo nella Sicilia Orientale dai vescovi e dai Monasteri, concedeva a quanti fossero andati ad abitarvi, la possibilità di ottenere terreni liberi e in perpetuo. Com’è naturale pensare, quanti vi andarono ad abitare vi portarono, come ricchezza personale, anche la propria fede e le proprie devozioni, fra cui certamente quella a Maria.

Ignoriamo come si presentassero ai loro occhi i terreni che da essi sarebbero stati occupati. I documenti tacciano. Forse altri prima di loro avevano costruito qualcosa; forse già esistevano rurali luoghi di culto; forse qualche monaco, scampato alle persecuzioni dell’iconoslasmo (guerra delle immagini), era venuto a trovare un po’ di pace in queste zone, recando con se la ricchezza delle proprie tradizioni e immagini. Tutto naturalmente rimane nel campo dell’opinabile.

Unica nota di certezza in questo “mare magnum” di ipotesi che in queste zone si è diffusa la devozione a San Nicola di Bari, Vescovo di Myra nella Licia (Asia Minore ), vissuto fra il III e IV secolo, a S. Sofia, martire Costantinopolitana del 192 o 203 e alla Madonna Odigitria (Colei che addita o indica la via).

Presenza del culto a Zafferia

Abbiamo già accennato che ignoriamo con esattezza il periodo in cui si impiantò il culto della Madonna dell’Itria in Zafferia, le prime notizie certe risalgono agli inizia del XIV secolo (1308-1310).

Le Collettorie dell’Archivio Vaticano ci testimoniano la presenza bene assodata di un’ aula sacra dedicata a Santa Maria “in flomaria Zaffariae”, retta da un “cappellanus grecus”, il “presbiter Sergius”.

La presenza greca non ci deve trarre in inganno, facendoci ipotizzare una giurisdizione sulla zona dell’Archimandrita del SS. Salvatore o del Protopapa, che fin oltre il XV secolo continuerà a soprintendere su oltre cinquanta chiese dentro le sole mura della città e altre fuori di esse.

Anche le chiese e quindi i fedeli sotto la cura spirituale dell’Arcivescovo spesso conservano le loro tradizioni greche, con cui erano venute a contatto nel corso dei secoli.

Il titolo della Madonna dell’Itria

“Il titolo di quella Madonna”, così scrive il p. Placido Samperi, S. J., “è del Guidare, e a mio parere è l’istesso che d’Odigitria, che vuol dire Guida o Scorta… sortì il nome di Guida per essere la Beata Vergine comparsa a due ciechi, i quali, da essa condotti nel famoso tempio di Costantinopoli, recuperarono miracolosamente la vista degli occhi”.

“Hor essendo questa un ritratto di quella, fu da paesani così chiamata col nome greco di Odigitria e con quello italiano di Guida, che l’istesso e con ragione, perché condottiera dè ciechi spirituali e corporali…”.

Naturalmente quanto scrive il Samperi è da sottoporre ad un vaglio critico-storico. E’ vero che col tempo alla protezione della Vergine dell’Itria furono affidati i ciechi e i viandanti, forse a causa di qualche fatto prodigioso raccontato dallo scrittore Gesuita.

Il titolo sembra invece essere stato dato dai fedeli di Costantinopoli ad una antichissima immagine della Vergine che, quale presunta vera effige della Madonna, dipinta al vivo da San Luca, nel 450 sarebbe stata inviata da Gerusalemme a Costantinopoli dalla esiliata imperatrice Eudossia, moglie di Teodosio II, alla nuova Imperatrice Pulcheria sua cognata, perché fosse venerata in quella città, che nel 330 l’imperatore Costantino aveva posto sotto la protezione di Maria.

La tradizione di attribuire immagini della Vergine a San Luca è antichissima, forse sorta dal fatto che Luca è l’evangelista che più degli altri ci parla di Maria. Sugli oltre 150 versetti del Nuovo Testamento che riguardano la Madre di Gesù, una novantina sono di Luca.

La prima notizia a noi pervenuta di un ritratto della Vergine attribuita al pennello di questo Evangelista è una testimonianza di Teodoro il Lettore (addetto alla Chiesa di Santa Sofia di Costantinopoli) che ammonta al 520-530, riportata nel XIV secolo dallo scrittore ecclesiastico bizantino Niceforo Callisto.

Quanto lui scrive riguarda proprio la nostra Madonna, così che essa sarebbe l’immagine più autentica nei veri racconti del titolo, difficile da mettere insieme, preferiamo riportarli entrambi.

Secondo un racconto l’imperatrice Pulcheria le eresse una chiesa con annesso monastero nell’acropoli della città, nei pressi del palazzo imperiale. Essa col tempo fu chiamata “degli odeghi”, cioè “delle guide” o “dei condottieri”, perché vi si recavano ad invocare la sua protezione i condottieri dell’esercito imperiale prima di marciare contro i Turchi. Da questo fatto la Vergine lì venerata avrebbe derivato l’appellativo di “Odigitria”.

Il secondo racconto differisce da questo in quanto afferma la preesistenza del monastero delle guide, “odigon”, dal quale avrebbe preso il nome di “Odigitria” (Colei che guida, che conduce).

Qui fu venerata per secoli. Le grandi feste mariane del mese di agosto, che l’oriente cristiano dedica a Maria, si aprivano proprio davanti a questa immagine.

Essa, dopo molteplici vicissitudini, scomparve senza lasciare traccia nel XV secolo, dopo la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi.

Copie di questa icona giunsero ben presto in altri luoghi della cristianità attribuite tutte al pennello di San Luca.

Ma quello che è più importante è che la raffigurazione dell’Odigitria prese ovunque caratteri ben precisi: Maria di solito veniva rappresentata seduta, o a mezzo busti, col Bambino su un braccio e con l’altro teso ad indicarlo, in atteggiamento maestoso e ascetico. Se ci è permesso fare un esempio, un’Odigitria è l’immagine della Vergine venerata nella nostra Cattedrale sotto il titolo di “Madonna della Lettera”, così ancora quella venerata in un oratorio privato nel territorio della nostra parrocchia.

Col passare dei secoli dimenticando o misconoscendo l’origine de titolo si è piuttosto interpretato in senso ascetico, facendolo derivare dalla rappresentazione iconografica in riferimento a Cristo, Maria diventava così Colei che mostra la via, cioè Gesù. Naturalmente questo è bello che continui ad essere presente nella predicazione, ma facendo attenzione a non presentarlo come un “fatto storico”.

In Sicilia la devozione trovò due porte d’entrata: l’una mediata dai monaci quivi rifugiatisi per scampare alla persecuzione iconoclastica; l’altra, quella che maggiormente ha contribuito alla diffusione, fu portata dai soldati siciliani dell’esercito imperiale, che nell’VIII secolo avevano partecipato ad una grande battaglia contro i Turchi, che con 800 navi avevano posto l’assedio a Costantinopoli. Quando ormai si disperava di una possibile vittoria, una furiosa tempesta, miracolosamente levatasi non appena i monaci del monastero degli Odeghi portarono in processione sulle mura della città e posto di fronte al nemico la venerata icone della Vergine Odigitria, recata a spalla, distrusse completamente la flotta infedele.

Il fatto ha suscitato grande meraviglia nella fantasia di coloro che hanno assistito al prodigioso intervento, i quali, tornati in Sicilia, ne diffusero largamente il culto, ma la rappresentarono come una icona della Vergine recata spalla da due monaci o marinai.

Coll’andare del tempo la devozione si è sempre più incrementata, raggiungendo in breve tempo molti luoghi della vasta diocesi messinese.

Testimone attendibile di questa diffusione del culto alla Madonna dell’Itria è sempre il Samperi, che così scrive: “Grandissima era la devozione e il concorso dei casali vicini e della città a questa sacra immagine, e se ben lasciò di essere pieve questa chiesa, perché era un poco discosta dalle abitazioni del casale, ad ogni modo non lasciò la gente di frequentarla e ricorrere nelle necessità alla Beata Vergine, offendo molti donativi per l’adempimento dè voti”.

Alcuni altari nelle parrocchie limitrofe quella di Zafferia testimoniano la devozione alla Madonna dell’Itria. Meritano una opportuna menzione, oltre che per la euritmia artistica, anche per la immediata vicinanza quelli di Larderia inferiore e di Santa Lucia sopra Contesse.

Fra i donativi fatti merita un particolare ricordo quello di Giovanni Crisafi, con testamento del

25 settembre 1561, il quale “sentendosene obbligato per gli avuti benefici… fece il suo testamento per un lascio di 500 scudi, in acciò di quelli si fondasse un’entrata per lo sostentamento dè due cappellani deputati allo servigio di questa Chiesa, ad elezione dè suoi eredi, …lasciò inoltre tanta somma di denaro che fosse possibile per l’edificio di due case vicino alla Chiesa per l’abitazione di detti cappellani”.

Questo testamento ci illumina su aspetti che sottolineeremo più avanti, riguardanti l’amministrazione e la rettoria della Chiesa.

Il Samperi nella sua storia si dilunga nel riportare fatti miracolosi attribuiti all’intercessione di Maria. Noi ne riferiamo uno che crediamo importante, non tanto per il fatto in sé stesso, quanto piuttosto perché da esso possiamo dedurre l’antica data in cui si celebrava la festa della Madonna dell’Itria: 22 Agosto.

“Don Jacopo Martino – così in Samperi – cappellano di quella Chiesa nell’anno 1628, il 21 agosto, giorno precedente la festa di questa Madonna, dopo di aver riccamente ornato quel sacrario, solo gli restava di acconciare le sette lampade che di continuo ardono davanti l’immagine della Vergine mentre attende a quell’esercizio non so in che modo ha sdrucciolato la scala, cadde dalla parte sinistra, con molto impeto sul pavimento, e si trovò aperta la mano per la difesa del rimanente corpo, ma le dita e gli articoli della mano slogandosi, con lo stiramento dè nervi, e con dolori intollerabili, se ne stava quivi a giacere mezzo morto. Udì la compassionevole caduta un fratello della Compagnia di Gesù, che stava nel vicino podere, e tosto accorse, il quale vedendo quel sacerdote così afflitto, che si era affaticato negli ossequi della Vergine d’indi giudicò cavare la medicina, dond’era preceduta l’occasione di quel dolore, e preso con la bambagia di quell’olio, gli unse la mano contraperta e addolorata in nome della Beata Vergine, e nell’istesso punto, cessato il dolore si rinvigorirono i nervi, e si consolidarono gli articoli con meraviglia di coloro che erano presenti, e potè il cappellano assistere a quella solennità, e fare gli offici del Vespro e della Messa, riconoscendo quel particolare beneficio da Maria del Guidare”.

Col passare dei secoli i sacerdoti di rito greco furono soppiantati da quelli di rito latino, questo con ogni probabilità verso la fine del sec. XV, prima metà del XVI, considerando che il tempo in cui scriveva il Samperi già erano di tale rito. Questi a loro volta furono sostituiti dai Cappuccini, forse nella metà del sec. XVIII. Della loro presenza ne fa fede l’attuale quadro e un bassorilievo marmoreo con l’emblema dell’Ordine Serafico. Questo fino a qualche decennio addietro adornava come chiave di volta l’antica fontana esistente nel quartiere Monalla, nel 1988 dal legittimo proprietario è stato donato con molta liberalità alla Chiesetta e collocato dentro una lunetta sulla porta d’entrata del sacro edificio a ricordo perenne di una importante pagina di storia, anche se poi per noi sconosciuta, scritta dai seguaci del Poverello d’Assisi.

La Chiesa, come scrive il Samperi, era un tempo “pieve”, quindi si presume che avesse un’amministrazione propria, con una propria contabilità e propri registri. Nell’archivio della Chiesa parrocchiale purtroppo non c’è alcun accenno a questa Chiesa, né ai suoi cappellani, né alle spese sostenute per la festa annuale. Questo, com’è ovvio, oltre a portarci a trarre le conclusioni di una diversa amministrazione fino a tutto il periodo di permanenza dei Cappuccini, ci porta anche alla constatazione di una magra, ma pur vera realtà, la cattiva amministrazione delle vecchie procure che invece di custodire e difendere un patrimonio di fede e di cultura hanno permesso, con la loro poca solerzia, che andasse irrimediabilmente perduto.

La chiesetta del quartiere di monalla e il quadro della madonna

La Chiesetta della Madonna si trova in uno dei quartieri più antichi dell’agglomerato urbano di Zafferia: Monalla. Difficile è trovare l’etimologia del nome o il tempo in cui quel piccolo agglomerato di case venne così denominato. Nel documento dell’archivio Vaticano non viene identificato il nome se non col termine “in flomaria Zaffariae”, la stessa dizione, tre secoli dopo, userà il Samperi. La chiesetta sorge infatti sull’argine sinistro di uno dei due torrenti che dividono il territorio parrocchiale di Zafferia, e che, incontrandosi un po’ più a valle dell’attuale Chiesa parrocchiale, danno nome alla contrada che popolarmente viene denominata “i dù ciumari”.

E’ possibile invece che il nome “Monalla” sia nato dal fatto che proprio in quella zona c’era il convento dei Cappuccini, comunemente chiamati monaci. Ancora oggi alcune terre di questa contrada vengono denominate “nte monaci”, designando con questo termine proprio il luogo dove abitavano i seguaci di San Francesco.

L’antico edificio era proprio lungo tale torrente. Qualche notizia in più ce la fornisce il Samperi, che afferma che esso era confinante “col podere dè baroni Pancaldo, della nobile famiglia dè Crisafi”.

Fu proprio un discendente di questa famiglia, un erede di Antonio Crisafi, anch’egli barone di Pancaldo, che nel suo testamento del 13 gennaio 1615, lascerà 20 scudi annui per le spese di Chiesa, che ormai “per l’antichità consumata”, verrà da lui riedificata “all’uso moderno con vari abbellimenti a proprie spese”. Questa doveva essere quella che vide il Samperi, sicuramente di stile barocco e di una certa grandezza, se la cappella della Madonna, sempre secondo lo scrittore gesuita, era formata da un corpo a parte. La descrizione dell’edificio non risponde a quello attuale dalla linea tanto semplice e sobria, che non si fa difficoltà a definire povera.

Anche l’effige della Vergine in nostro possesso non è quella originale.

In antico c’era un’icona, come afferma il P. Samperi, che era “della maniera greca, e tale antichità che la mestà del volto di Lei e del Bambino non si lascia agevolmente dai divoti vagheggiare, ingerendo piuttosto nei petti devozione e riverenza maggiore”.

E’ lecito porci una domanda: quale fu la fine delle cose descritte dallo storico gesuita? Lo ignoriamo!

Forse il terremoto del 1783; forse il terribile nubifragio, che il 30 settembre 1837 si scatenò nelle campagne adiacenti a Messina, colpendo, in particolar modo, i casali compresi fra Larderia e Bordonaro; o forse entrambi hanno spazzato via ogni cosa.

L’effige, tanto cara al cuore degli abitanti di Zafferia, non presenta alcun pregio artistico. Essa fu restaurata ultimamente nel 1978 dal prof. Enzo Geraci del Museo di Messina con le offerte raccolte in occasione della festa dell’anno precedente.

Pur non essendo un critico d’arte, mi sembra di riconoscere in esso il pennello di Salvatore Caggiano, che nel 1862 lavorò a Zafferia per i pannelli del vecchio pulpito, raffiguranti gli evangelisti e San Nicola.

Nelle fattezze del volto, nel panneggio degli abiti, nei calzari della Vergine e nella mancanza di proporzioni delle immagini si evince la medesima mancanza di maestria artistica.

Fra le altre cose non descritte dal Samperi, ma di cui siamo certi dell’esistenza, faceva parte un bellissimo crocifisso bizantineggiante del XIII secolo, anch’esso scomparso. La sua esistenza ci è testimoniata da una foto conservata nell’archivio del Museo Regionale di Messina.

Ma al degrado delle cose sacre si è aggiunto un progressivo calo della devozione. La festa che in antico, come abbiamo fatto notare, si celebrava al 22 di agosto fu spostata all’ 8 settembre, festa della Natività della Vergine, perdurando in questa data fino al 1943.

Si deve con ogni probabilità alla presenza dei Cappuccini l’accostamento della festa della Madonna dell’Itria con l’8 settembre. Infatti, nell’altare dedicato alla Madonna dell’Itria nella Chiesa di Larderia, l’immagine della Vergine viene portata a spalla da due Cappuccini e nel tondo marmoreo del paliotto è raffigurata Maria Bambina, segno evidente che questo influsso si è col tempo divulgato nei paesi vicini.

Dall’8 settembre la festa si incominciò a celebrare il 12 settembre dal 1943 in poi. In quell’anno, era appena finita la celebrazione vespertina, che chiudeva i festeggiamenti, quando si divulgò la notizia del firmato Armistizio. Lasciamo immaginare la gioia della gente, che vedeva finita una tremenda guerra che aveva portato lontano tante persone care.

Si vide in questo un intervento di Maria e si ritornò in Chiesa per ringraziarla del beneficio ottenuto. Quattro giorni dopo, il 12 mattino, la venerata immagine al suono festoso delle campane veniva portata nella Chiesa grande per la messa cantata di ringraziamento. La stessa sera, fra due ali di popolo acclamante e commosso, per la prima volta, passava processionalmente per le vie del paese.

In questi ultimi anni la devozione è stata rinsaldata grazie al lavoro indefesso del Parroco Santi Gigante. Al suo impegno e al suo amore per Maria e per la chiesetta di Monalla, che amava familiarmente chiamare “il nostro piccolo Santuario”, si devono i lavori di restauro dell’edificio sacro, che l’incuria degli uomini e la corrosione del tempo avevano reso inagibile. Oggi la chiesetta si presenta accogliente al devoto e al visitatore, anche se artisticamente lascia a desiderare.

Ci auguriamo che col tempo possa sempre più crescere nel cuore degli abitanti di Zafferia l’amore per la Madonna dell’Itria, che ancora oggi vuole essere la nostra

Madre e la nostra Guida.

Bibliografia essenziale

· Salvatore Cucinotta, Popolo e Clero in Sicilia nella dialettica Socio-Religiosa fra cinque-seicento, Messina 1986.

· Pietro Sella, Rationes decimarum Italiae, nei secoli XIII e XIV, Vaticano 1944.

· Caio Domenico Gallo, Annali della città di Messina, VI, Messina 1983.

· Placido Samperi, Dell’Iconologia della gloriosa Madre di Dio Maria Protettrice di Messina, Messina 1644.

· Gerardo Cioffari, S. Nicola di Bari, Alba (Cn) 1988.

LETTURE DEL GIORNO

IL SANTO DEL GIORNO